Trump presidente non per meriti suoi, ma per il marcio negli Usa

È fatta. Dopo un testa a testa serrato, Donald John Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Durante il Super Tuesday del 5 febbraio scorso sembrava fosse tutto uno scherzo. Abbiamo continuato a ridere, burlarci di lui e dei suoi capelli improbabili. Qualcuno ha paragonato l’ascesa incontenibile di Trump a quella di Silvio Berlusconi nel 1994, quando vinse contro un sistema che era marmoreo prima di Mani Pulite.

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Certo Trump non ha nè un suo partito nè il sostegno completo dei repubblicani. Inoltre le due cariche non sono paragonabili, anche se magari Berlusconi avrà accarezzato l’idea nei suoi sogni proibiti. Il paragone però, fatte queste precisazioni, può funzionare.
«Questo è un paese in cui nessuno ti prende sul serio, qualunque cosa fai, sei un buffone»: Berlusconi «sta facendo a pezzi la democrazia, e noi stiamo lì a vedere che ha la verdurina tra i denti». «C
‘è gente che lavora, c’è gente che si ammazza anche 20 ore al giorno per distruggere questo paese, perché non lo prendete sul serio?». Corrado Guzzanti ironizzava così ne Il caso Scafroglia sulla situazione nel nostro paese poco più di dieci anni fa, ma tutto questo si rispecchia facilmente anche nella situazione di adesso. Un uomo di spettacolo, un incompetente totale in politica estera, che è il perno dell’attività presidenziale americana, ha corso alla Casa Bianca, ha messo in ginocchio tutti, ha sparigliato le carte della politica, e infine ha vinto, pur essendo agli occhi di tutti un buffone con delle idee assurde. Questo è grave, non c’è dubbio.
Certo Trump non ha vinto grazie alle sue qualità personali, ma è stato favorito da una serie di situazioni che marcivano nella società americana. Prima fra tutte, la delusione per l’operato di Barack Obama, molto diffusa soprattutto in quella classe media bianca (e poco istruita) che è stata la roccaforte del nuovo eletto. C’è poi la figura di Hillary Clinton, ex segretaria di stato e da sempre intrecciata con il potere e con l’establishment. Bisogna precisare che essere democratici negli Usa equivale a dire nulla, perchè le vere differenze si vedono nei singoli. Infatti la Clinton è un’agguerrita interventista e fautrice del libero scambio. La sinistra perciò in questa situazione soccombe e non ha nessun appiglio, o meglio, lo ha avuto fino a quando Bernie Sanders, socialista, non è stato messo da parte. Molto apprezzato dai giovani, Sanders si batteva per il salario minimo, per l’abbassamento delle tasse universitarie e contro la differenza sempre più evidente tra ricchi e poveri. La candidata ha dovuto per forza assorbire alcune delle sue posizioni, per dirigere l’elettorato di Sanders verso di lei. Evidentemente non ci è riuscita. Altro elemento importante, collegato all’ultimo, è la sensazione diffusa che Clinton sia strettamente legata al sopracitato establishment. L’americano medio pensa alla ex first lady come a una persona poco trasparente, che ha sempre qualcosa da nascondere, e che è a stretto contatto con le lobby e con l’alta finanza. Questo in parte è vero, ed è stato uno dei cavalli di battaglia di Trump in una campagna elettorale che forse non aveva mai toccato il fondo come stavolta.
Dunque non una contesa in cui si augura che vinca il migliore, ma solo il meno peggio. Trump aveva dalla sua il fatto di essere un elemento nuovo, che parla alla pancia delle persone, e nell’opinione pubblica era considerato più onesto della sua rivale, malgrardo gli scandali finanziari. Il completo flop dei sondaggi dimostra una cosa: c’è un’America profonda e sconosciuta alla stessa classe politica, incapace di proporre scelte valide. Questa società è stanca, frustrata, ama il populismo perchè la fa sentire al sicuro, e predica l’odio verso l’altro, che esso sia un siriano che scappa dalla guerra o una donna che cerca l’emancipazione. Vuole protezionismo su tutti i fronti, dal ruolo della Nato (non si sa come visto che gli USA contribuiscono alle spese militari per il 75%), a quello nell’economia, contro tutti i principi cardine del liberismo (e dei repubblicani). Vuole innalzare muri, ma vuole anche lavoro, e crescita economica. Per risolvere la crisi profonda della società americana gli elettori hanno scelto le proposte di Trump. Magari non ha la minima idea di come realizzarle visto che, al di là dell’attività imprenditoriale, la sua esperienza più stancante è stata quella nel reality The Apprentice. Ma Trump ha dato agli americani ciò che cercavano e nessuno ha dato loro: si è fatto voce del razzismo latente e della volontà di chiusura verso il mondo, oltre che di un completo menefreghismo per l’inquinamento ambientale, roba da zecche comuniste e figli di papà. In un mondo globalizzato, dove le interrelazioni tra gli stati sono diventate essenziali e gli stessi confini perdono il loro significato, è dubbio che «America will be great again». Per fortuna ci sono le elezioni di mid-term (novembre 2018), cioè consultazioni in cui si cambia la composizione di Camera e Senato, che serviranno come valutazione dell’operato del goveno. Staremo a vedere.

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