L’odissea Brexit prosegue, cerchiamo di capire in che modo

La Brexit si è appena fatta un po’ più complicata. L’Alta Corte britannica ha, infatti, deciso di accogliere il ricorso presentato da un gruppo di attivisti del Remain, capitanati dalla manager Gina Miller e dal parrucchiere Deir Dos Santos.

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La sentenza stabilisce che il governo inglese, nato dalla frattura provocata dal referendum, non può far partire i negoziati per uscire dall’Unione Europea senza l’approvazione del Parlamento. Tutto ciò è, almeno in parte, uno schiaffo morale nei confronti della premier Theresa May che, rifacendosi alla Royal Prerogative, sosteneva che non ci fosse bisogno di nessuna ulteriore ratifica, oltre a promettere che avrebbe iniziato la procedura di uscita, come previsto dall’articolo 50, non più tardi di marzo 2017.
Le reazioni dell’élite politica anglosassone non hanno tardato a farsi sentire. Per Nigel Farage, ex leader dell’Ukip, questo avvenimento è un tradimento della volontà popolare che può provocare ondate di rabbia incontrollata, posizione simile a quella sostenuta dai principali media inglesi. Di tutt’altro avviso, invece, il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon, che promette aiuto legale agli attivisti nel ricorso che probabilmente la May presenterà alla Corte Suprema, sottolineando che i suoi cittadini preferirebbero restare nell’Unione.
Le parole più interessanti sono però quelle della stessa Miller e di Lord Thomas of Cwmgiedd, presidente dall’Alta Corte. Per la prima «questo risultato è di tutti noi. Non è mio o del mio team, riguarda tutto il Regno Unito e il nostro futuro. Non riguarda il modo in cui ognuno ha votato. Ciascuno di noi ha votato per il miglior paese e il miglior futuro possibili. Questo caso riguardava le procedure e non la politica», mentre il secondo ricorda che «la norma fondamentale della Costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano». Tali affermazioni fanno comprendere come la questione riguardi, forse, più i principi cardine su cui si fonda la democrazia d’oltremanica che l’uscita stessa.
Quello che accadrà da qui in avanti non è facile a dirsi. Se non ci saranno stravolgimenti è probabile che la May sarà costretta a presentare al Parlamento, di maggioranza pro-Ue, un piano più «morbido» di quanto fino a qui prospettato, per cercare di restare all’interno del mercato comune anche a costo di accettare qualche concessione sul tema dell’immigrazione. Sicuramente, anche nel caso in cui la Corte Suprema ribaltasse la sentenza fra qualche mese, i tempi della Brexit si allungheranno inevitabilmente.

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