Parigi, un anno dopo: dobbiamo ricordare per non ripetere

Il 13 novembre 2015 nell’immaginario collettivo è diventato una data-simbolo, forse seconda solo all’11 settembre 2001. Un anno fa gli attentati di Parigi, tantissimi morti e un’ombra di terrore sull’Europa. Lavorando come un quotidiano, ossia scrivendo gli articoli per il giorno dopo, noi ce ne occupammo il 15 novembre con una raccolta dei commenti a caldo di politici e utenti web, con due commenti del sottoscritto (il primo e il secondo), con la riflessione di Ester Peruffo (Rappresentante Udu in Consiglio Nazionale Studenti Universitari) e riportando una poesia di Charb, il direttore di Charlie Hebdo ucciso il 7 gennaio 2015.

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Un anno dopo il sentire comune è cambiato: continuiamo ad aver paura della presunta invasione di immigrati ma non sentiamo più l’Isis come un pericolo imminente, soprattutto dopo le pesanti sconfitte che il sedicente Califfato ha subito sul campo.
Ci auguriamo che sia finita qui la spirale di terrore europeo, però non dobbiamo comunque dimenticare quanto è avvenuto per farne tesoro nel malaugurato caso in cui episodi come quello del 13 novembre scorso dovessero ripetersi: dobbiamo ricordarci che il nostro nemico lo è in virtù di alcune idee che gli sono state inculcate, non a causa del suo colore della pelle, della religione che professa o del suo paese di provenienza.
Dobbiamo tenere presente tutte queste cose perché gli errori si possono pagare cari. Questo ovviamente a livello di intelligence, ma riguarda anche i comuni cittadini come me e come voi. Creare un malessere sociale con il rifiuto a prescindere e con atti di violenza fisica o verbale può portare persone civili e pacifiche nell’abisso dell’estremismo. Il terrorismo si combatte anche con l’accoglienza. Non folle e indiscriminata, ma con regole che permettano a chi entra di costruirsi una nuova vita secondo le proprie capacità e possibilità.
L’odio e il razzismo non ci difendono dal terrorismo perché alimentano gli stessi sentimenti in quelli che prima non li avevano. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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