Perché, senza ideologia, piango la morte di Fidel Castro

È morto Fidel, viva Fidel e abbasso Fidel. Il web si è diviso dopo la scomparsa del lìder maximo: da una parte le lodi per aver creato uno Stato socialista, dall’altra le critiche in quanto dittatore, responsabile e creatore di un regime repressivo. Proviamo anche noi quindi a dire la nostra, sperando di riuscire ad aprire un «terzo fronte» diverso dai due già citati.

fidelcastro

Chi scrive, probabilmente lo sapete già, è un appassionato di Storia, laureando in Storia contemporanea e amante della disciplina. Nonostante la lontananza politica e ideologica che separa il sottoscritto e Fidel Castro, non ho potuto non essere triste per la sua morte. Venerdì scorso, 25 novembre 2016, non è morto «solo» un dittatore o uno statista (a seconda del giudizio che si ha di lui), è morto anche l’ultimo grande baluardo del Novecento.
A parte il fatto che gioire della morte di un novantenne è abbastanza assurdo e patetico, con il lìder maximo se ne è andato per sempre anche un pezzo di Storia di cui lui era forse l’ultimo protagonista vivente. Certo, c’è il fratello Raúl, ma è stato Fidel per diciassette anni (1959-1976) primo ministro di Cuba e per 32 (1976-2008) Presidente del Consiglio di Stato, Presidente del Consiglio dei ministri e Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba. Possiamo amarlo, odiarlo o rimanere semplicemente indifferenti davanti alla figura di Fidel Castro, però non possiamo negare che sia stato una figura politica e ideologica di primissimo piano per più di mezzo secolo.
È questo che rattrista chi scrive: venerdì scorso è morto il Novecento. Il secolo breve di Hobsbawm aveva già perso gran parte dei suoi protagonisti, oggi possiamo dire che è ufficialmente defunto. Un secolo ricco di contraddizioni, di eventi epocali, di disastri e di conquiste dell’umanità. Il Novecento è morto, viva il Novecento di cui noi tutti siamo figli. E Fidel Castro era un figlio del secolo breve, uno dei suoi protagonisti più discussi e controversi: se di Hitler si ha un’idea negativa universalmente condivisa, il parere sul lìder maximo – personaggio più complesso e sfaccettato – risente ancora della distorsione delle ideologie. Non siamo ancora pronti per fornire un parere unanime e spoglio da ogni pregiudizio su Fidel Castro.
«Condannatemi, non importa, la storia mi assolverà», aveva detto. Non siamo nelle condizioni di dargli torto o ragione. Ma ci rattristiamo della sua morte perché con lui è morto un pezzo di storia e perché, pur consapevole della difficoltà del realizzarsi di questa impresa, Fidel era una di quelle persone che il sottoscritto sognava di intervistare: quante domande sarebbe stato possibile fargli, per un blogger con il pallino della Storia sarebbe stato il realizzarsi di un sogno. Non certo perché avrei potuto incontrare un «mito» perché i miei «miti» sono altri, ma se c’è chi sogna di incontrare Laura Pausini io sognavo di intervistare o, almeno, dialogare con Fidel Castro come con altre personalità del Novecento.
Non c’è ideologia in questa tristezza, c’è solo la malinconia di un passato che è morto e la consapevolezza che i suoi protagonisti si sono portati in tomba informazioni e aneddoti che noi non sapremo mai.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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