Governo Gentiloni: ricordiamo chi è Angelino Alfano

Di fronte alla nomina di Angelino Alfano alla Farnesina, è un obbligo civile – quasi morale forse – ricordare di chi stiamo parlando, giusto per evitare che qualcuno pensi che si tratti di un omonimo, che il ministro degli Esteri del governo Gentiloni sia un homo novus della politica.
Nato ad Agrigento nel 1970, Alfano a neanche 38 anni diventa ministro della Giustizia dell’ultimo esecutivo targato Berlusconi. Nel 2011, dopo la débâcle alle amministrative, l’ex cavaliere crea ad hoc la carica di segretario del Popolo delle Libertà per donarla ad Angelino. Nel 2013 diventa ministro dell’Interno e vicepresidente del consiglio del governo Letta, nel 2014 rimane al Viminale anche con Renzi premier e infine viene promosso agli Esteri con Gentiloni, che è anche il suo predecessore alla Farnesina.
Nel frattempo creare anche il Nuovo Centrodestra, partito che ha raccolto gli ex berlusconiani intenzionati però ad appoggiare i governi Letta, Renzi e Gentiloni; un’entità politica microscopica che, incredibilmente, è riuscita a tenere in scacco gli ultimi tre esecutivi.

L’esperienza al Viminale. Possiamo affermare senza molti dubbi che Alfano, pur essendo rimasto per quasi quattro anni ministro dell’Interno, non verrà ricordato per questo piccolo record, bensì per alcuni disastri commessi durante il suo mandato. Il 28 maggio 2013 viene fermata da alcuni agenti Alma Shalabayeva, consorte del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov e residente nei pressi di Roma. A causa di un presunto passaporto falso, dopo neanche 2 giorni Alma e la figlia di 6 anni vengono espulse in quanto immigrate clandestine e il 31 maggio sono costrette a prendere un volo diretto in Kazakistan. Peccato che, a causa del marito inviso al regime, le due erano considerate rifugiate politiche. È dovuta intervenire la Cassazione un anno dopo per definire quell’espulsione «illegittima». L’allora prefetto Giuseppe Procaccini, ritenuto il responsabile del tragico errore, dichiara a La Repubblica che «Alfano era appena diventato ministro e magari qualcuno ebbe paura di essere impallinato per scarsa attenzione o zelo rispetto a una vicenda definita una grave minaccia per la sicurezza pubblica». Al Viminale, secondo le dichiarazioni, non si era a conoscenza della vicenda.
Un anno dopo, era il 16 giugno 2014, Alfano ha twittato: «Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio (la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa e poi trovata morta fra il 2010 e il 2011, ndr)», e poi ha aggiunto «Secondo quanto rilevato dal profilo genetico in possesso degli inquirenti, l’assassino della piccola Yara è una persona del luogo, dunque della provincia di Bergamo. Nelle prossime ore saranno forniti maggiori dettagli». E infine: «Questo efferato assassino non è più senza volto». Bene, bravo, bis. Peccato che si trattasse di informazioni riservate che nessuno aveva dato il permesso di divulgare.
Poi c’è la questione 1 maggio 2015 a Milano: 500 black bloc si sono infiltrati nel MayDay Parade, il tradizionale corteo che unisce studenti, lavoratori, anarchici e centri sociali in occasione della Festa del Lavoro, e hanno scatenato l’inferno. Nessuno scontro con la polizia, solo brutale devastazione: auto incendiate, negozi distrutti, banche devastate. Finita l’«ordinaria amministrazione» questi signori si sono tolti il casco e la classica tuta nera per confondersi nella folla. Le forze dell’ordine sono riuscite a fermare solo poche decine di persone. Alfano che –

Elaborazione grafica di Flavio Kampah Campagna

ricordiamo – era a capo delle forze dell’ordine, ha twittato orgoglioso: «La tattica di ordine pubblico adottata a Milano ha evitato il peggio e la giornata inaugurale di Expo non è stata macchiata di sangue», e poi «Abbiamo fermato molti delinquenti. Saremo durissimi contro questi farabutti col cappuccio. Nessuno si sogni di liberarli subito». Il successo propagandato da Alfano sarebbe stato quello di aver evitato ogni scontro con le forze dell’ordine, così da evitare spargimenti di sangue. Nel frattempo i facinorosi erano legittimati a scatenare l’inferno contro negozi e abitazioni.

Il neoministro degli Esteri è lo stesso Angelino Alfano che nel 1996, da deputato all’Assemblea Regionale Siciliana, era stato invitato al matrimonio della figlia di Croce Napoli, conosciuto da tutti come il boss di Palma di Montechiaro (Agrigento). In quell’occasione pare che abbia pure baciato il boss. Interpellato, inizialmente affermò di non ricordarsi della sua partecipazione al lieto evento aggiungendo poi «non ho mai partecipato a matrimoni di mafiosi o dei loro figli, non conosco la sposa, Gabriella, né ho mai sentito parlare del signor Croce Napoli». In seguito ritrattò: era stato invitato dallo sposo e non aveva mai sentito parlare del boss.

È bene sapere tutto questo mentre viene celebrata urbi et orbi la nascita del governo Gentiloni con, tra gli altri, Alfano ministro. Nulla di penalmente rilevante, ma fatti che la dicono lunga sui trascorsi di Angelino. Dopo ognuno tragga le conclusioni che ritiene opportune. Le nostre possono essere così schematizzate: se fino a un mese fa non vedevamo l’ora che ad Alfano succedesse un ministro degli Interni più capace, ora non possiamo che pensare la stessa cosa della Farnesina.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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