Il 40% delle europee non è lo stesso del referendum

Lo si è detto e scritto in tutte le salse. Il 40 è ufficialmente il numero del governo Renzi, o di Renzi stesso. In ogni caso, questo parallelismo che si fa deriva princpialmente da due dati: quello delle elezioni europee del 25 maggio 2015, cioè la prima vera prova elettorale di quello che era il neonato governo, e, ovviamente, quello del referendum, che però gli è costato una sconfitta politica assoluta. C’è anche da dire che un governo appena nato, come lo era quello di Renzi due anni fa, è più incline a ottenere consensi, e questo non solo in Italia ma ovunque. Insomma, al nuovo si dà sempre un po’ della propria fiducia, e questo è anche normale. Senza dubbio però i sostenitori del Partito Democratico, di Renzi e del suo governo in due anni non sono rimasti gli stessi.
Prima di tutto, c’è da dire che il Pd in due anni si è lentamente sfaldato. Il grande sogno a sinistra, che voleva riunire le vecchie guardie del Pci, oggi sembra lontano, al punto che si pensa addirittura a una incompatibilità tra le due anime del partito. Nonostante molti non la pensassero bene sull’ex sindaco di Firenze, alle elezioni europee del 2014 il 40% di Renzi poteva dirsi ancora granitico, e oggi non è così. Massimo D’Alema parlava di una «straordinaria vittoria», Stefano Fassina lo definiva «l’uomo giusto nel posto giusto». Insomma, se Renzi ha perso consensi, questo processo è iniziato prima di tutto nel suo partito, con la famosa «minoranza del Pd».
Alle soglie del referendum quel 40% era formato in parte da fedelissimi renziani, in parte dalla coalizione di governo, che non ha niente a che vedere con la tradizione della sinistra, ma è più orientata verso il centro-centro destra. Subito dopo il Pd si attestavano per numero di ministri nel governo: Nuovo Centrodestra (Angelino Alfano), Unione di Centro (che ha nel suo logo il simbolo della Democrazia Cristiana), Ala-Scelta civica (per capirci, da dove Denis Verdini, ex fedelissimo di Silvio Berlusconi, è entrato in maggioranza), Partito Socialista Italiano. Insomma, il governo Renzi, e con esso il partito che lo rappresenta, nel giro di due anni ha cambiato i suoi colori politici. Purtroppo o per fortuna, dipende dalle prospettive. Questa nuova identità gli è rimasta fedele anche nella campagna elettorale per il referendum: basti pensare che Sinistra Italiana, il partito fondato nel 2016, raccoglie oltre a Stefano Fassina anche ex esponenti del Pd (oltre che del M5S). La Cgil, pur non essendo un partito, può essere un altro esempio. Nel 2014 dichiarava: «Il voto italiano conferma il desiderio di cambiamento». Sappiamo invece che questo storico sindacato della sinistra italiana si è schierato per il «No» al referendum.
Dunque, due 40%, riempiti però in modi diversi. Il primo da più o meno tutta la sinistra, che sull’onda del cambiamento e dell’ottimismo tipico di quasi tutti i governi appena nati aveva sostenuto il governo Renzi. Il secondo dalla coalizione di governo, orientata al centro, che non ha nulla a che vedere con i fondatori del partito di governo, il Pd. Lo diceva anche Alfano, che il 17 dicembre 2013 dichiarava: «Renzi col suo discorso ha chiarito che è un politico di sinistra-sinistra, ed è perciò incompatibile con i nostri valori». Non aveva tutti i torti, ma evidentemente ha cambiato idea. A cambiarla è stata però anche la sinistra in generale, che oggi non è più disposta a sostenere Matteo Renzi, e lo ha dimostrato anche votando «No» al referendum, accozzaglie a parte.

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