Giuliano Poletti, un ministro gaffeur al posto giusto

«Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21», già dopo una frase come questa un ministro del Lavoro avrebbe messo in saccoccia vestiti e spazzolino e sarebbe partito per destinazione segreta, Giuliano Poletti un anno dopo è ancora lì. È caduto il governo Renzi ma lui è ancora al ministero del Lavoro e fa ancora danni: «Bene così: conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei “pistola”. Permettetemi di contestare questa tesi». Rieccolo, Poletti il gaffeur, non si sa mai – come disse a suo tempo Crozza – «dove finisce la provocazione e dove inizia la follia».
Lui che ha speso 65 anni di vita per le famose coop rosse, che ha un figlio che dirige dei giornali che hanno ricevuto mezzo milione di finanziamenti pubblici. Questo è Giuliano Poletti, un ministro che disquisisce di lauree pur vantando un diploma da agrotecnico. Nulla da obiettare, sacro lavoro nei campi, ma almeno sarebbe il caso che si occupasse di ciò che conosce.
Il 10 gennaio riferirà in Senato su richiesta unanime dell’assemblea di Palazzo Madama a proposito della sua uscita sui cervelli in fuga. È già pronta una mozione di sfiducia che in molti sono pronti a ritirare se vengono aboliti i voucher. Ma Poletti deve rimanere dov’è: in un governo rattoppato come quello Gentiloni (non che l’esecutivo targato Renzi fosse granché meglio) la mina vagante permette agli elettori di incazzarsi con qualcuno per quella ingenuità inammissibile ma che genera ilarità. Non a caso la sua imitazione fatta da Maurizio Crozza è stata un successo.
Poletti riconduce tutto alla sua terra, la sacra Imola, ma ci si chiede a questo punto cosa ci faccia a Roma, come ministro.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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