Gli italiani in Abissinia: armi chimiche e 275mila morti

La guerra d’Etiopia è durata pochi mesi: dal 3 ottobre 1935, quando tre corpi d’armata sotto la guida del generale Emilio De Bono si spostano verso la linea Adigrat-Enticciò-Adua, al 5 maggio 1936, con l’entrata ad Addis Abeba. Un conflitto relativamente breve, che occupa un paragrafo nei libri di storia per le scuole, ma che è costato tantissimo sia in termini economici sia di vite umane: Angelo Del Boca parla di 4350 morti e quasi il doppio di feriti per quanto riguarda gli italiani, mentre tra gli etiopici si conterebbero – anche se le cifre sono incerte – 275mila morti militari e civili.
Una guerra fortemente voluta da Benito Mussolini che però già a novembre 1935 intende prendere le distanze da un’eventuale sconfitta: infatti il Duce con un telegramma datato 16 novembre sostituisce De Bono con Pietro Badoglio. Il motivo di questa decisione, secondo lo storico Giorgio Rochat, è da ricercarsi nel fatto che «De Bono era dovunque considerato l’uomo di Mussolini e del partito: ogni insuccesso si sarebbe perciò ripercosso sul prestigio della dittatura». A questo si aggiunge che De Bono «non era più in grado di seguire la linea mussoliniana che esigeva successi spettacolari, tali da tenere desto l’interesse dell’opinione pubblica».
Elemento importantissimo della guerra d’Etiopia è l’uso delle armi chimiche: gli italiani, i quali si sono immeritatamente guadagnati il titolo di «colonizzatori umani», hanno fatto largo uso dei gas durante il conflitto, nonostante questi fossero vietati dal protocollo di Ginevra firmato anche dall’Italia nel 1925. Sappiamo che sul fronte Nord di Badoglio ci furono 68 bombardamenti a gas per un totale di 1020 bombe C.500.T all’iprite, mentre sul fronte sud di Graziani contiamo 41 bombardamenti a gas per un totale di 128 bombe C.500.T all’iprite, 175 bombe da 21 kg all’iprite, 6 bombe da 31 kg al fosgene e 265 bombe da 40 kg al fosgene. In totale gli italiani hanno utilizzato dal 1935 al 1939 più di 2100 bombe a gas. Di questo l’opinione pubblica non sa nulla almeno fino al 1965, quando Angelo Del Boca pubblica il primo di una serie di saggi sull’argomento.
Per il senso comune che vedeva gli italiani come «brava gente», responsabili di un «colonialismo dal volto umano», l’uscita di La guerra d’Abissinia 1935-1941 di Angelo Del Boca è un trauma tale da far scoppiare una polemica violenta. Il reduce d’Africa, giornale nostalgico del Ventennio, pubblica un articolo dal titolo Folle vento antipatria, in cui Del Boca viene inserito fra i «campioni del disfattismo nostrano, sciocco e servile», un disfattismo teso a «svalutare ogni impresa nazionale» oltre che a «distruggere e a disperdere il patrimonio delle nostre tradizioni patrie». Visto che «noi siamo fra i tanti, i tantissimi, che i gas non li hanno mai visti usare, né ci consta che siano stati usati», la ricostruzione di Del Boca non può che essere «soltanto uno sputacchio della verità».
Tra coloro che negavano l’utilizzo delle armi chimiche in Etiopia c’era anche Indro Montanelli che criticava Del Boca sia per aver dato giudizio negativo sul colonialismo italiano, sia per aver denunciato l’impiego sistematico delle armi chimiche in Etiopia. Il giornalista era sicuro che in Abissinia non fossero stati usati i gas e la sua certezza si basava su due circostanze: 1. essere stato volontario in Abissinia e non aver assistito ai bombardamenti a gas, 2. aver intervistato Badoglio, il quale aveva ammesso che le armi chimiche erano sì state usate, ma soltanto una volta, per sbaglio, e senza alcuna conseguenza. Si tratta di due certezze facilmente confutabili: Montanelli, qualche giorno dopo l’8 novembre 1935, viene ricoverato all’ospedale di Asmara e lì rimane a lungo, mentre il primo bombardamento all’iprite risale al 22 dicembre 1935, quando cioè Montanelli non è più in prima linea. Per quanto riguarda il colloquio che il giornalista ha avuto con Badoglio, ci si può rifare al rapporto del maresciallo al ministero delle Colonie dopo la battaglia dell’Endertà: «In complesso 196 aerei sono stati impiegati per il lancio di 60 tonnellate di iprite sui passaggi obbligati e sugli itinerari percorsi dalle colonne».
È stata la diatriba fra Del Boca e Montanelli, durata decenni sulle pagine dei quotidiani, a portare a un’interrogazione parlamentare nel 1996: i progressisti Vittorio Emiliani e Valdo Spini chiedono al ministro della Difesa del governo Dini, il generale Domenico Corcione di far luce sulla vicenda. Il 7 febbraio arriva la risposta, la quale conferma la ricostruzione che Del Boca portava avanti da trent’anni.
Chi scrive ha approfondito la questione delle armi chimiche in Etiopia e ha scritto una tesi di laurea sull’argomento (tesi che sarà discussa a marzo). Lo sconcerto maggiore durante la stesura di questo lavoro di approfondimento è stato che solo poche delle persone a me vicine erano a conoscenza della vicenda. Non pretendendo di fare paragoni arditi, mi permetto solo di chiudere con una provocazione: come mai tutti sono a conoscenza dell’esistenza dei campi di concentramento nazisti e delle camere a gas, mentre questa vicenda (seppur meno duratura e costata la vita a meno individui) è ancora quasi misconosciuta?

 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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