Fra bufale e debunking: per un web liberale

a fatto molto discutere in questi giorni l’intervista rilasciata dal presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella al Financial Times: «Il presidente dell’antitrust italiana ha fatto appello agli stati membri dell’Ue per organizzare una rete di agenzie pubbliche per combattere le finte notizie». Pitruzzella spiega che «La post verità (termine che indica la verità narrata dalle bufale, ndr) nella politica è uno dei vettori del populismo e una delle minacce alle nostre democrazie. Abbiamo raggiunto un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet come è oggi, il far west, oppure se il web necessita di regole che mostrino che la comunicazione è cambiata. Penso che dobbiamo porre queste regole e che questo è il ruolo del pubblico».
Grandi, grandissimi propositi di Pitruzzella che però si scontrano con la dura realtà: delle due l’una, o questo lavoro sarà completamente inutile, oppure rischierà di minare la libertà d’espressione che è la base stessa della democrazia che sarebbe minacciata dalla post verità.
È davvero difficile, se non impossibile, tracciare una distinzione netta fra bufale e notizie vere, anche perché fra i due casi «da manuale», ossia la bufala tout court e il racconto onesto e completo di un fatto, ci sono moltissime sfumature la cui etichettatura si affida unicamente alla sensibilità di colui o di coloro che se ne occupano. Un esempio banale ma interessante è la propaganda: molto spesso essa non consiste nella diffusione di una notizia inventata, bensì nella descrizione di un fatto reale ma con modalità che uccidono l’imparzialità e l’obiettività sull’altare dello scopo da perseguire. Queste sono bufale o notizie vere? Questa è verità o post verità? Probabilmente sono notizie sia vere che false, oppure non sono né vere né false, che poi è la stessa cosa: sono descrizioni distorte che mirano a un obiettivo diverso rispetto all’informazione del lettore. Un altro esempio di sfumatura interna alla dicotomia fra verità e post verità è senza dubbio il commento critico: anche chi scrive, quando commenta qualche notizia, seppur onestamente, mette più enfasi su alcune parti della narrazione (quelle utili a dimostrare qualcosa) rispetto a quelle non influenti. È verità o post verità questa?
L’unica soluzione per arginare questo problema sta nell’autorevolezza della fonte: il rapporto di fiducia che si instaura fra giornalista, blogger o comunicatore e lettore è direttamente proporzionale alla credibilità delle notizie pubblicate. Rischia davvero di diventare un processo alle intenzioni quanto promosso da Pitruzzella: l’imparzialità e l’obiettività di chi comunica qualcosa si vedono sul campo, e non c’è alcun modo oggettivo per misurarle. Dipendono – lo ripetiamo – esclusivamente dalla sensibilità di chi giudica.
È il libero mercato dell’autorevolezza a offrirci una soluzione: se il sito web X (che magari non è neppure intuitivamente riconducibile a una persona in particolare) dà la notizia Y, sta al lettore giudicarne la veridicità sulla base della sua passata esperienza (o sull’assenza di un’esperienza) con il sito X. Se poi il sito W, il quale gode della fiducia del lettore, smentisce la notizia Y, allora ovviamente si sarà portati a fidarsi maggiormente di W che di X.
Non è un processo facile, perché necessità di una sorta di educazione del lettore, però è il miglior modo possibile per combattere le bufale, la post verità e la più bieca propaganda. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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