Diventare grandi è anche scegliere la scuola giusta

Diventare grandi oramai spaventa tutti i ragazzi. Non solo per problemi morali, come abbandonare tutti quei pensieri tipici dei teenagers: a quale festa andare, come vestirsi, che amicizie coltivare e quali sport praticare, no!
Ora si comincia a pensare alle responsabilità, cosa realmente si vuole diventare da adulti.
Probabilmente tutti quei sogni che avevamo da piccoli, diventare un astronauta, una star o ancora fare il pompiere, pochi riusciranno a realizzarli davvero.
Volere è potere!
Certo, ma sembra che il mondo in cui viviamo si impegni con tutte le sue forze per ostacolare i ragazzi nella realizzazione del proprio futuro.
La frase più ricorrente è: «Inutile studiare e laurearsi, tanto non c’è lavoro», basta questo per demoralizzare tutta la mia generazione e coloro che dalla vita vogliono qualcosa di più.
Ancora più «famosa» è la frase: «Se non conosci nessuno non entrerai mai», cosa ci insegnano queste parole e gli esempi di oggi? Che se vogliamo lavorare e avere un riconoscimento per le nostre capacità dobbiamo necessariamente avere una parola buona?
Pochi sono i ragazzi che davvero credono di poter realizzare i propri sogni rimboccandosi le maniche e pochi sono quelli che ci provano e ci riescono realmente.
Se una volta diventare adulti rappresentava già di per sé un traguardo ed un momento pieno di gioia e aspettative, oggi non è così, e tutto questo costituisce motivo di ansia per la mia generazione ma anche per i genitori che già dalla scelta dell’indirizzo della scuola secondaria di secondo grado vanno in crisi.
Le scuole più frequentate sono, come sempre, i licei.
Scegliere oggi una scuola di questo tipo rappresenta un vero e proprio atto di coraggio, è come dire «vado al liceo e quindi all’università», nella speranza che tutto vada per il verso giusto e in modo da riuscire a inserirmi nel mondo del lavoro.
Sembrerebbe giusto, dunque, intraprendere il percorso di una scuola tecnica, che ci immetta immediatamente nel mondo lavorativo, anche se questo per qualcuno significa accontentarsi.
Il problema è: rischiare per qualcosa di migliore e cercare lavoro anche lontano dalle proprie radici o accontentarsi faticando comunque per lavorare in Italia non lasciando i propri luoghi di origine?
Non è solo una questione di prospettiva, è una domanda che muove una denuncia verso il nostro Stato ed il nostro mondo. Cambiare, rischiare e dimostrare che noi siamo più forti di tutti questi meccanismi difettosi che tentano di coinvolgerci.
In quest’ottica sono numerose le famiglie, studenti compresi, che in questo mese hanno partecipato ai numerosi «open-day» per valutare concretamente ciò che i vari istituti offrono ai propri figli (Pof).
L’open-day è il giorno in cui le scuole mostrano il massimo della loro preparazione e attirano e rassicurano le famiglie sulla preparazione dei loro figli.
Bene il 27,7% degli studenti non conosce l’esistenza di questa iniziativa poiché c’è poca divulgazione della stessa presso le scuole secondarie di primo grado, il 14% degli alunni di queste ultime afferma che non vi è stata alcuna opera di informazione e nessuna attività di orientamento, mentre il 44% non ha fatto neanche il test orientativo per la scelta dell’indirizzo adatto a ciascun di loro.
Dunque se partiamo dall’inefficienza scolastica, che non aiuta l’orientamento dei giovani, le famiglie confuse e spaventate dalla situazione scolastica italiana, e lo Stato che non fa altro che incoraggiare i giovani a recarsi all’estero per vedersi riconosciuti i propri meriti non resta che spronare l’auto-convincimento dei giovani nei propri mezzi e lottare per affermare i loro diritti nel campo lavorativo così come espressamente enunciati nella Costituzione Italiana.

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