Perché anche Charlie Hebdo è giornalismo

Leggo Charlie Hebdo, per un anno mi è arrivato a casa ogni settimana e, dopo la vignetta sulla tragedia di Rigopiano, sono molto tentato di rinnovare il mio abbonamento.
Sono stato, sono e sarò sempre dalla loro parte, non perché «approvi» o gradisca ogni loro lavoro, bensì perché apprezzo il coraggio e la tenacia con cui, nonostante la strage del 7 gennaio 2015, hanno continuato a fare quello che facevano prima, senza guardare in faccia a nessuno.
Sarò cinico, ma penso che i giornalisti (e anche i vignettisti) non abbiano il diritto di piangere su una tragedia e abbiano il dovere di mettersi subito al lavoro per mettere in luce ogni dettaglio e ogni aspetto di quanto è avvenuto. Senza cadere nella morbosità da gossip, ovviamente, ma senza mai dimenticare di avere un obbligo nei confronti del lettore, che al giornalista si affida per conoscere tutto ciò che gli può servire per interpretare una notizia o un avvenimento.
E questo vale anche per Charlie Hebdo: ne ho scritto sul sito del Fatto Quotidiano pochi giorni fa e sono stato (anche) subissato da critiche, alcune delle quali molto violente, di chi vuole mettere al bando il settimanale satirico francese, colpevole – secondo questi soloni dell’informazione – di aver speculato o fatto ironia su una tragedia.
Anche quello di Charlie Hebdo è giornalismo. Sui generisça va sans dire: non troveremo mai una pagina di retroscena politico o un’inchiesta seria e articolata sulle loro pagine. Ma, tramite le vignette, i giornalisti di Charlie Hebdo cercano di mostrare qualcosa ai lettori. Qualche volta ci riescono, qualche volta no; ma anche i nostri cronisti od opinionisti scrivono articoli riusciti e articoli infelici, quindi di che ci stupiamo?
Non è questione di je suis Charlie o idiozie del genere, il discorso è molto più serio: il settimanale francese può piacere o non piacere, può essere amato od odiato, può essere acquistato o disprezzato, ma catalogare come «sciacallaggio» il loro lavoro è del tutto inappropriato e fuori luogo. Una vignetta fatta bene può essere molto più efficace e diretta di un editoriale di 10mila battute: la satira non deve fare ridere e non deve – checché ne dica il filosofo Diego Fusaro – necessariamente attaccare i potenti. La satira deve colpire, deve devastare il lettore, e una vignetta ben riuscita è quella che sconvolge e per questo fa riflettere. Il disegno ha questa efficacia che solo raramente la parola scritta riesce ad avere.
Giornalisti, vignettisti e – perché no? – anche blogger hanno il dovere di non perdere il proprio tempo e quello dei propri lettori in chiacchiere e di mettersi subito al lavoro. Se preferiscono piangere i morti e urlare al mondo quanto è cinico e baro il destino, forse non dovrebbero ambire a informare, e quindi dovrebbero cambiare mestiere.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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