L’irrilevanza di chiamarsi Cuperlo

gni mattina un iscritto al Partito Democratico si sveglia e si chiede: quanto è difficile essere Gianni Cuperlo? Sempre in secondo piano, tanto da arrivare ad affermare «Per carità, non vorrei mai stare in una corrente che mi adottasse come leader», sempre dimesso ma sorridente, Cuperlo sta al Partito Democratico come Camoranesi stava alla nazionale che ha vinto i mondiali del 2006: pare essere un ingranaggio, seppur secondario, senza cui la macchina non può funzionare, ma la realtà sembra essere molto diversa.
Come un Fassino qualunque, ha la straordinaria capacità di non capire il sentimento popolare, e nemmeno quello di palazzo: ha rivelato di votare «Sì» un mese prima del referendum, dopo settimane di tira e molla, in seguito a un «atto di coerenza» ossia la firma su «un documento su queste modifiche all’Italicum», cioè «i collegi per eleggere i deputati, il no al ballottaggio, il premio di governabilità, oltre all’elezione diretta dei nuovi senatori». Peccato che: 1. il ballottaggio sia stato raso al suolo dalla Corte costituzionale indipendentemente dal «Sì» di Cuperlo al referendum, 2. dopo il fallimento della riforma di Palazzo Madama, i senatori siano – grazie al Cielo – ancora eletti direttamente, 3. ora una maggioranza per modificare l’italicum sembri non esistere.
È poi notizia degli ultimi giorni l’ennesimo cambio di rotta dell’ex comunista Cuperlo, che ha votato «Sì» a una riforma gradita a poteri non molto propensi verso la sinistra: il buon Gianni ha esortato Renzi a dimettersi, in linea con le intenzioni dell’intera minoranza del Pd, ormai schierata contro il segretario.
È di Cuperlo la massima «Non sempre le battaglie giuste sono anche facili», il punto è che, dopo aver cambiato idea in base alla direzione della corrente, non si sa quali battaglie Gianni abbia effettivamente combattuto: se «è la politica che può portare a una società giusta, perseguendo valori e principi che non sono retaggio del passato ma risorse per il futuro», ci è ancora difficile comprendere davvero se Cuperlo sia uno sconfitto. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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