Il racconto. L’arte della follia

L’immagine qui sopra è l’autoritratto di Gustave Courbet

Una certa pratica, benché giovane, doveva avercela: una certa conoscenza degli uomini, e anche delle donne.
Stava chiuso nella sua stanza a tracciare linee apparentemente sconnesse che però, infittendosi sempre di più, davano vita a corpi umani. Disegni che sembravano frutto di raptus continui.
Ti mandavano in trance, li potevi osservare per ore, ingarbugliandoti tra quelle linee nere e sottili.
Nette e spezzate. Che crevano ombre e spigoli. Bocche e venature cariche di dettagli così vocativi, da farti trattenere il fiato.
Intrappolato in quella matassa nera.
Che però era viva e morente allo stesso tempo.
Conosceva gli uomini. Conosceva le donne.
Ma non si sentiva uno di loro.
Gli piaceva osservare le persone.
Usciva di casa raramente. Senza un soldo, senza niente. Solo un paio di sigarette e un singolo fiammifero.
Il suo metodo era sempre lo stesso: avrebbe camminato, girato per le strade o entrando nei bar, nei negozi… fino a trovarlo.
Il suo soggetto.
La sua musa.
Il suo modello.
L’avrebbe poi seguito, con noncuranza gli avrebbe offerto una sigaretta.
A lui. O a lei.
Era indifferente, bastava che quella creatura lo attraesse, lo ispirasse.
Se ne accorgeva perchè percepiva un leggero brivido lungo il collo.
Era lui. O lei.
A seconda di che persona avesse scelto, con una bravura pari a quella dei migliori attori, si trasformava in ciò che a quella persona avrebbe fatto piacere che fosse.
Gli offriva una sigaretta, faceva sì che la vittima rimanesse ammaliata da lui.
Si infilava una sigaretta tra le labbra e, avvicinandosi alla creatura come fosse in procinto di accendere la sigaretta offerta, con il suo singolo fiammifero, improvvisamente estraeva con la mano sinistra una siringa con un liquido violaceo. E glielo piantava nel collo.
Tutte le volte si preoccupava che non ci fossero altre persone intorno, o telecamere.
Dopodiché caricava la sua preda reggendola per la vita e facendole appoggiare un braccio morto intorno alle sue spalle. Se non fosse stato per i piedi strascicanti, avrebbe potuto benissimo sembrare che camminassero abbracciati. Come una coppia di amanti. O una coppia di amici.
Non importava di che stazza fosse la persona: lui la teneva sollevata tutto il tempo; fino a casa.
Sul suo volto, neanche la minima ombra di sforzo.
Lui ormai il peso di quell’anima ce l’aveva nelle dita.
Pizzicavano, scottavano.
Le sentiva tremare mentre stringeva il corpo sempre più freddo. Perchè in esse, adesso, zampillava l’intera vita emotiva di quella persona. Tutti i suoi dolori, le sue gioie. Le sue paure. Le sue perversioni.
Era eccitante, molto.
Si sentiva come sotto effetto di droga.
Era eccitato, molto.
Ma l’espressione rimaneva impassibile.
Tutto fino al meraviglioso momento in cui varcava la soglia di casa. Che poi non era altro che un’unica stanza, non troppo ampia. Con una sola, piccola, finestrella rotonda situata sopra il camino di sasso.
Fogli di disegni sparsi ovunque. Stavano per terra, sui muri… sui cadaveri.
Sì perchè di cadaveri ce n’erano tanti.Tanti.
Donne.
Uomini.
Nudi.
Lasciati morti in pose da lui stesso create ispirandosi al vissuto della vittima. Alcuni li sentiva innamorati, così li posizionava come se lo fossero.
Nutriva una venerazione per quelle persone.
Le amava.
Gli davano così alla testa che se non avesse iniziato a disegnarle, dalla follia si sarebbe strappato via le dita febbricitanti.
Appena entrato nella stanza, adagiato e spogliato il corpo… accadeva qualcosa come un miracolo. Accovacciato, a terra, magari sdraiato, ribaltava le pupille all’indietro e, chinata la testa…Chiusi gli occhi, lasciava uscire da quelle dita d’artista le vite di quelle persone.
Linee su linee.
Bianco su nero.
Donne. Uomini.
Veri capolavori.
Vite.
Così intensi ed emozionanti da farti piangere.
Da non riuscire a smettere di guardarli.
Ti facevano vivere e morire dentro.
Nessuno, nessuno lo scoprì mai.
Lui rimase lì, nessun sospetto.
Dentro la sua stanza sacra, con i suoi disegni, le sue siringhe, e i suoi cadaveri.
Tutti i giorni li copriva di oli profumati e di una miscela da lui creata che permetteva la conservazione dei tessuti.
Solo un giorno, uno qualunque, successe una cosa che non gli era mai capitata.
Improvvisamente, la mina della matita si spezzò.
Tutto si bloccò di colpo. Per lui fu come una frustata in faccia.
Si guardò le mani, guardò le sue opere d’arte. Quei corpi curati e amati. Bellissimi.
E capì che era arrivata la fine.
Le dita non bruciavano più.
Prese quel suo unico fiammifero, lo accese, e se lo appoggiò al centro del petto.
Sdraiato.
Felice.
Pieno di magia.
Figlio del nulla infinito.
Divorato dalle fiamme.
E folle Dio dell’umana bellezza.
In una notte, tutto andò a fuoco. Solo cenere.
Non rimase più niente, se non quella misteriosa sigaretta, che lui mai accese.
E che tra le fiamme, rimase eterna.
Simbolo della sua follia.

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