«Il dio dei topi», un gotico filosofico ed esistenziale

Il dio dei topi
Barbara Codogno
Cleup – 2016 – 13 euro

Barbara Codogno non è certo l’ultima arrivata: scrive di cultura sul Corriere del Veneto e dirige la rivista Fieldworks magazine, ha curato con Silvia Prelz la mostra «Love and violence» (a Padova fino al 2 aprile) e ha già dato prova delle sue capacità letterarie con l’antologia poetica Metroledier e il romanzo Tutti i figli della serva. Con Il dio dei topi, Barbara Codogno costruisce un’impalcatura narrativa sul mise en abyme, l’espediente letterario che porta alla reduplicazione di una sequenza di eventi o la collocazione di una sequenza esemplare che condensi in sé il significato ultimo della vicenda in cui è collocata e a cui rassomiglia. Ma per leggere questo romanzo non occorre certo perdersi in questi tecnicismi: un racconto claustrofobico che ci conduce nei meandri di un dipartimento universitario di ricerca condotta sugli animali. Dei topi, imprigionati in una sorta di condominio, dovranno testare degli antidepressivi commissionati da un’azienda farmaceutica. Ed ecco la suddetta «messa in abisso»: chi sono gli uomini che guardano i topi mentre cercano una via di fuga, se non degli animali che vivono un analogo gioco al massacro? Chi sono quindi le vere cavie? E, soprattutto, chi è veramente il dio dei topi?
Un romanzo gotico che si rivela essere un’indagine sull’animo umano; 117 pagine «facili» e immediate che però nascondono una riflessione che rasenta la filosofia. Chi è prigioniero? I topi nel condominio oppure gli scienziati, rappresentati da Bianca Pavan che ama il suo lavoro ma odia il clima violento della ricerca scientifica? È proprio la protagonista che, decidendo di abbandonare il suo lavoro, svela l’inquietante sfondo del romanzo: gli uomini si comportano esattamente come i topi. Se da una parte il gesto «controcorrente» di Bianca mette a nudo la natura violenta e spietata dell’uomo, dall’altra mostra uno spiraglio di pace, una speranza di tranquillità, una luce in un mondo buio da cui non si può fuggire.
Il dio dei topi si può leggere in due modi: come un romanzetto da spiaggia che racconta la storia della dottoressa Pavan, oppure come un’indagine esistenziale e filosofica che mette in evidenza le nostre debolezze, la nostra aggressività e le nostre paure. Scegliete voi, vanno bene entrambi i piani di lettura, anche se il secondo, divorata anche l’ultima pagina, ci rende persone più consapevoli.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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