Fra Uber e Flixbus: liberalizzare, ma con criterio

Recentemente due vicende legate al mondo del trasporto hanno fatto molto discutere.
La prima è quella legata a Uber. Con il nuovo decreto Milleproroghe, attraverso il contestato emendamento Lanzillotta, si è cercato di regolarizzare la posizione della multinazionale che si occupa di trasporto automobilistico privato, introducendo una specifica licenza territoriale, ma togliendo l’obbligo di rientrare nella rimessa dopo ogni servizio, cosa che comunque non era mai stata rispettata appieno. Questo atteggiamento favorevole da parte del governo ha scatenato l’immediata protesta dei tassisti, il cui sciopero ha bloccato la viabilità romana per alcuni giorni. La rabbia dei tassisti si è calmata solo con la promessa del ministro dei Trasporti Graziano Delrio di un intervento correttivo entro 30 giorni. Il principale motivo di scontento è il diverso trattamento fiscale e legale a cui sono sottoposte la categoria dei tassisti e quella dei conducenti che operano con Uber e che, a detta di primi, costituirebbe un elemento di forte concorrenza sleale a favore dei secondi sul medesimo servizio. Per fare un esempio, una licenza da tassista può costare anche più di 200 mila euro, contro circa 60 mila euro per una licenza da condente privato.
Altra vicissitudine è quella legata a Flixbus, azienda di autotrasporti low cost. Sempre nel Milleproghe è stata introdotto, dopo un percorso alquanto accidentato, un cavillo che, di fatto, renderebbe impossibile per l’azienda tedesca operare in Italia. Infatti, le concessioni sulle tratte interregionali potranno essere concesse solo a «operatori economici la cui attività principale è il trasporto di passeggeri su strada», categoria di cui Flixbus non fa parte, essendo essenzialmente una piattaforma online che si affida alla collaborazione con società esterne per erogare l’effettivo servizio di trasporto. La norma, presentata dal gruppo Conservatori e Riformisti dell’ex Forza Italia Raffaele Fitto, ha provocato un malumore abbastanza trasversale in diversi partiti politici. A esultare è invece l’Associazione Nazionale Autotrasporto Viaggiatori, almeno secondo quanto riportato dal presidente Giuseppe Vinella, le cui due aziende, la Sita e la Marozzi, operanti nel settore, erano state danneggiate dall’avvento di Flixbus e della sua politica low cost.
Entrambi gli avvenimenti mettono in luce come nel nostro paese fare azienda sia un percorso a ostacoli all’interno del quale le regole del gioco possono cambiare da un momento all’altro, spesso per motivi squisitamente politici, rendendo di fatto inutile qualsiasi pianificazione a lungo termine. Chi entra in un qualsiasi settore regolato dallo Stato deve poter fare affidamento su una normativa, è una pura questione di diritto; e se tali direttive poi vengono modificate il loro cambiamento non deve provocare alcuna perdita per chi non ha fatto altro che affidarsi alla legge. Inoltre, se il sistema è forte com’è auspicabile, tali cambiamenti non dovrebbero essere subiti dall’esterno (come nel caso Uber, in cui si accetta sostanzialmente l’anacronismo del sistema, senza affrontare minimamente il tema delle liberalizzazioni), o essere a difesa di interessi corporativi particolaristici (come nel caso Flixbus).

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