Il «No» di Atene a Gucci: è una questione di cuore

Giacca in pelle, occhiali da sole calati sul naso, fisico da Filottete disneyano. Dimitris è stato la nostra guida durante la gita in Grecia dell’ultimo anno di liceo. Potrei raccontare dell’uso smodato che faceva dell’intercalare «È vero?» e di quella volta in cui ci portò in una rivendita di ceramiche chiamandola «centro commerciale», ma queste sono storie che voglio conservare per i miei nipoti o per gli infermieri dell’ospizio in cui mi sbatteranno. Mi limiterò a riportare una delle tante perle del nostro eroe: «Io non vado a vedere mio patrimonio artistico in casa di altri». Si riferiva ai marmi del Partenone conservati al British Museum di Londra.
A un anno di distanza da quel viaggio, proprio la Grecia visitata con il grande Dimitris è protagonista di una notizia che sta scombussolando l’opinione pubblica: rinunciando a fior di quattrini (circa 56 milioni di euro, pare), il governo ellenico ha negato a Gucci l’autorizzazione per organizzare una sfilata sull’Acropoli di Atene.
Apriti cielo. Molti si sono schierati a favore della scelta greca, contro il business senza freni della moda; altri, invece, hanno accusato gli autori della decisione di peccare di superbia, rifiutando soldi di cui il paese avrebbe assai bisogno al momento.
In effetti, non è così facile capire perché la Grecia abbia declinato l’offerta di Gucci.
L’evento esclusivo sull’Acropoli e la successiva diffusione delle immagini per la campagna pubblicitaria avrebbero donato alla capitale una visibilità non indifferente, oltre a un lauto compenso da spendere nella manutenzione delle opere. La moda, inoltre, è arte, e come tale non avrebbe creato stridore con il meraviglioso sfondo antico.
Queste sono affermazioni corrette, semplici. Ci sono fatti, però, che non sottostanno alle spiegazioni lineari, perché riguardano l’uomo come entità complessa, con il suo bagaglio sulla schiena.
L’Acropoli rappresenta per i greci un passato molto più che glorioso, un passato di democrazia e cultura che li ha resi un piccolo popolo eternamente ammirato da tutti. In un momento di drammatica crisi, ridurre il Partenone a una scenografia avrebbe un netto significato simbolico: sarebbe come accantonare la propria dignità storica e ammettere che le urgenze contemporanee hanno prevalso sulle radici.
Ma forse stiamo idealizzando la situazione. Forse la vera ragione del due di picche a Gucci è stata pratica: tenere una sfilata avrebbe richiesto la chiusura del sito turistico sia durante l’allestimento che durante l’evento in sé, precludendo la visita a persone arrivate ad Atene per fruire del capolavoro e sequestrando un luogo pubblico a fini esclusivi. Anche questa, tuttavia, è una motivazione che sfocia nel sentimentale, poiché un bene collettivo non può diventare uno strumento nelle mani di pochi che se ne servono per il proprio guadagno.
Che la scelta sia stata dettata da sentimento o ragione, rimane pienamente comprensibile.
Gucci c’ha provato, e sicuramente troverà un’altra location mozzafiato (non dimentichiamo l’autocandidatura di Agrigento).
Comunque sia, sono sicura che Dimitris, occhiali da sole calati sul naso e giacca in pelle, abbia gioito.

Sara Latorre

Dalla Bassa Bergamasca alla tentacolare Udine per studiare Mediazione Culturale. Mi guardo intorno e scrivo.

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