Lotti è salvo, ma la politica si fa ancor più lontana

uca Lotti, come tutti potevano prevedere, ce l’ha fatta: la mozione di sfiducia nei suoi confronti, presentata dai 5 Stelle dopo il caso Consip, è stata un buco nell’acqua. A stupire non è questo, ma una parte del suo discorso «difensivo», una frase precisa: «Noi non accettiamo lezioni di moralità da un movimento fondato da un pregiudicato». Il riferimento è ovviamente al M5S e a Beppe Grillo, condannato nel 1985 per omicidio colposo a 14 mesi di reclusione con la condizionale in seguito a un incidente automobilistico in montagna nel quale persero la vita nel 1981 tre persone.
Ebbene, l’interrogativo è uno solo: che c’azzecca dopo più di trent’anni la condanna di Grillo con il caso Consip? Assolutamente nulla, come non c’entrano nulla le presunte «lezioni di moralità» che i pentastellati starebbero sottoponendo al Pd. Non è una questione di moralità, e nemmeno di «garantismo a intermittenza», bensì di rapporto fiduciario fra i cittadini e chi li rappresenta nello scenario politico.
Fino a ieri non ci risulta che Luca Lotti abbia querelato per calunnia l’ad di Consip Luigi Marroni, che ha affermato di aver saputo da lui o da un membro dell’entourage del ministro dello Sport dell’indagine e delle cimici negli uffici della Consip, poi bonificati. E Marroni viene definito dal democratico Andrea Marcucci «manager prestato alla politica, molto vicino al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi», il quale ha da pochissimo lasciato il Pd.
Ben comune doppio gaudio: Lotti e Marroni rimangono entrambi al loro posto, almeno per il momento. Anche se è evidente che la posizione dell’ad di Consip è considerata dall’esecutivo, e dal Pd in primis, un problema. E il già citato rapporto fiduciario fra società civile e politica è sempre più incrinato, basti pensare al commento (sgrammaticato) del senatore di Conservatori e Riformisti Lucio Rosario Filippo Tarquinio, che si è astenuto dal voto: «Io difendo a tutti, perché se domani capitasse a me vorrei che mi difendessero a me». Come si può pensare che i cittadini, di fronte a questo scenario, tornino a «innamorarsi» della politica? O almeno a pensare di potersi affidare a questa classe dirigente? Non è una questione di sfiducia sì-sfiducia no, sono le motivazioni che troppo spesso rasentano il ridicolo: un esempio è l’azzurro Paolo Romano, annunciando che Forza Italia non avrebbe partecipato al voto, si è riferito all’«intreccio mediatico-giudiziario», evergreen dell’era berlusconiana.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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