Il saggio: il calcio come fede e fenomeno religioso

Football
Marc Augé
Edizioni Dehoniane – 2016 – 6 euro

Apparentemente non c’è nulla di più distante dalla religione del calcio: dalle bestemmie in campo al materialismo spiccio di certi tifosi. Ma queste considerazioni sono valide solo esaminando la questione molto superficialmente: Marc Augé, etnologo e antropologo francese, spiega come il calcio funzioni analogamente a un fenomeno religioso in cui numerosi individui provano gli stessi sentimenti e li esprimono attraverso il ritmo e il canto. Gli stadi diventano così luoghi di senso, di controsenso e di non senso, simboli di speranza, di errore o di orrore, in cui si compiono ancora i grandi rituali moderni. L’Autore sintetizza questo concetto: «Per la prima volta nella storia dell’umanità, a intervalli regolari e a orari fissi, milioni di individui si sistemano davanti al loro televisore domestico per assistere e, nel senso pieno del termine, partecipare alla celebrazione dello stesso rituale». Un rito celebrato da undici officianti per squadra e dagli arbitri, davanti a una folla di fedeli che raggiunge talvolta le decine di migliaia di individui ai quali poi si sommano milioni di «praticanti a domicilio», comodamente seduti davanti al televisore. Il calcio, il più popolare fra gli sport di massa, è al tempo stesso pratica e spettacolo, fenomeno sociale che si prolunga nella tensione mai risolta fra professionismo e pratica amatoriale e occasione di riflessione sull’etica del gioco e sulla lealtà fra avversari.
Un saggio estremamente interessante che unisce due realtà apparentemente molto distanti che però condividono le stesse modalità, la stessa speranza in un futuro migliore, la stessa fede del tutto irrazionale ma condivisa da migliaia di persone che si sentono unite nel nome di qualcosa in cui credono. Il calcio diventa quindi un vero e proprio fenomeno religioso che dà vita, che permette di credere ottimisticamente nel domani quando l’oggi non ci soddisfa. Già si parla comunemente di «fede calcistica», perché non chiamarla proprio «religione»?