«Scuola a casa», senza competizione e obblighi

Sono 1500 i bambini e ragazzi italiani che hanno scelto lo homeschooling: una pratica nuova e non ancora ben conosciuta in Europa (negli Stati Uniti gli homeschoolers sono invece ben due milioni), e che a una valutazione superficiale che si fermi al significato letterale e immediato del termine può suscitare reazioni scettiche, se non addirittura aggressive. «Scuola a casa» può far immaginare uno scenario in cui l’aula scolastica viene trasferita nella casa dello studente, e il genitore si trasforma in un severo insegnante che, dotato di lavagna e penna rossa, si appresta a istruire e valutare il povero figlio. Lo homeschooling non è niente di tutto questo; e come potrebbe, se solitamente il motivo per cui lo si sceglie è che il sistema scolastico fa acqua da tutte le parti?
Le parole chiave dello homeschooling sono libertà e divertimento, contro la costrizione e la noia che caratterizzano la scuola tradizionale. Libertà di imparare ciò che interessa di più, e con il metodo che il bambino sente più suo. Niente ripetizioni a pappagallo delle lezioni, per poi dimenticare tutto dopo qualche giorno. Il metodo naturale e più efficace con cui i bambini apprendono è il gioco e l’esperienza diretta: secondo uno studio del pedagogista Edgar Dale, dopo due settimane tendiamo a ricordare solo il 10% di ciò che leggiamo e il 20% di ciò che ascoltiamo, contro il 90% di ciò che diciamo o facciamo. Questo non significa che gli homeschoolers non leggano, anzi: semplicemente non è il metodo principale di apprendimento, e soprattutto non è un’imposizione.
Direte forse: i bambini sono pigri, se lasciati iberi stanno tutto il giorno davanti alla tv, altro che voglia di imparare! Invece non è così! Se non vivono l’apprendimento come una costrizione, se non obblighiamo a passare ore e ore seduti ad ascoltare un adulto che parla, se non accumulano da tutto ciò noia e frustrazione, se non reprimiamo la loro curiosità e il loro spirito di iniziativa sin dall’infanzia, i bambini manifestano una innata e straordinaria voglia di imparare, di capire, di scoprire il nuovo. Uno dei fattori che spengono questa predisposizione sono le valutazioni: i bambini non sono forse in grado di sapere da sé se hanno capito o no? Far sentire loro il peso di un giudizio esterno equivale a umiliarli, negare le loro capacità, oltre che sopprimere la loro motivazione naturale ad apprendere. La paura del voto spinge a «farsi furbi», a memorizzare solo ciò che chiede l’insegnante, senza più seguire il proprio interesse. Oltre al fatto che «punire» un errore con un brutto voto è fatale nel processo di apprendimento: quando si impara qualcosa, sbagliare è una tappa fondamentale per giungere poi a una comprensione più piena e consapevole.
Una delle obiezioni più frequenti all’istruzione da casa è: «Come farà a socializzare?». Innanzitutto, la scuola non è affatto il luogo principale di socializzazione, o almeno non in senso positivo; competizione, bullismo, relazione spesso conflittuale con l’adulto-insegnante: non è esattamente questo il tipo di socializzazione che una persona vuole per il proprio figlio. Inoltre, gli homeschoolers non passano le giornate tra le mura domestiche: esistono gruppi di bambini e genitori che hanno fatto questa scelta che organizzano attività, incontri, gite; nulla impedisce poi che frequentino le attività che per gli altri sono «extrascolastiche», mentre per loro sono parte integrante del percorso educativo. Hanno quindi comunque modo di rapportarsi con altri bambini, ma anche con persone di ogni età, instaurando relazioni di qualità superiore, dal momento che sorgono in contesti di maggiore serenità, senza competizione o costrizione.

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