La satira deve avere dei limiti?

Dal nostro inviato Perugia, Festival Internazionale del Giornalismo
Nei mesi scorsi, anche in riferimento alla tragedia di Rigopiano e alle vignette di Charlie Hebdo a riguardo, si è molto parlato della satira e di quali limiti debba e possa avere. Ne ha parlato al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia Corrado Del Bò (in foto), docente di Filosofia del Diritto alla Statale di Milano.
Se vi abbiamo proposto solo alcuni esempi recenti, è vero che la questione del diritto o della libertà di satira è dibattito vecchio, pur sempre attuale. Proviamo a lasciar perdere in questa sede la questione legale e giurisprudenziale (di per sé abbastanza chiara) per concentrarci sulla questione etica, su quella sorta di «deontologia» di chi fa satira, ricordando che questo genere è stato fatto rientrare nella libertà di pensiero tutelata dall’articolo 21 della Costituzione italiana. Non riportiamo le idee di Corrado Del Bò, pur riconoscendo che la riflessione di oggi è sorta dal suo intervento di ieri.
Sorgono quindi cinque quesiti di etica e di opportunità, che abbiamo provato a riassumervi qui a fianco.
La satira deve avere dei limiti? La risposta a questa domanda è sicuramente affermativa, ma rischia di sfociare nell’ambito giuridico, che invece – lo ripetiamo – oggi vorremmo dare per scontato e non affrontare. Sul piano etico e morale, ci devono essere dei limiti per chi fa satira? Forse. Una risposta più chiara arriverà dalle argomentazioni generate dai quesiti successivi.
La satira deve essere «morale»? Qui non dovrebbero esserci dubbi: premettendo che la satira può (e forse deve) disturbare, è lapalissiano affermare che non deve piacere per forza e che si può tranquillamente evitare ciò che non si gradisce. È necessario premettere questo perché la cosiddetta «morale», intesa sia come l’insieme di costumi e di tradizioni di un popolo sia (più impropriamente) come l’etica del singolo, è assolutamente relativa e in certi casi addirittura soggettiva. Una vignetta che disturba qualcuno può divertire qualcun altro, ed è giusto che quest’ultimo abbia il diritto di avere quella vignetta, non violando né con la pubblicazione né con la lettura il diritto di qualcun altro. La satira non può e non deve essere assolutamente morale, deve seguire la moralità del suo autore, come ogni altra manifestazione del pensiero. Quindi dev’essere permesso fare satira su una minoranza etnica, sulla morte di qualcuno o addirittura su una tragedia collettiva, se l’autore ritiene opportuno e/o efficace farlo. Poi spetterà ai lettori capire se gradiscono una satira siffatta.
La satira può attaccare la religione? Evidentemente sì. Celebre il caso di Charlie Hebdo che ha pubblicato vignette che sfottevano tanto l’islam quanto il cattolicesimo, in modo indubbiamente democratico. La risposta affermativa a questa domanda proviene direttamente dall’argomentazione in seguito al quesito precedente: la religione fa parte della morale di un singolo o di un popolo, quindi poter essere «immorali» o, meglio, amorali, significa poter anche attaccare la fede.
La fede dev’essere più tutelata delle idee politiche? Anche qui possiamo rispondere rifacendoci a quanto affermato in precedenza: se l’autore lo ritiene opportuno, tanto la religione quanto le idee politiche possono essere sbeffeggiate o attaccate dalla satira. C’è poi il diritto a offendersi di fronte a una presa in giro particolarmente pesante, ma questo non deve in alcun modo limitare il lavoro di chi fa satira.
La satira può attaccare chiunque o deve riguardare solo i potenti? Qui entriamo in un discorso lievemente diverso: la satira ben fatta deve portare a una riflessione, e per farlo – al di là degli aspetti legali indubbiamente limitanti – non deve mettersi dei paletti: il fine giustifica i mezzi.
Conclusioni. Tornando alla prima domanda: la satira deve avere dei limiti? Sì, ma quelli che l’autore di un articolo o di una vignetta si dà. Ogni giudizio di qualità è posteriore e non deve inficiare la produzione di un lavoro satirico: non dimentichiamo che vi è il diritto di esprimere il proprio pensiero anche se scadente o demenziale, con la consapevolezza poi degli attacchi e delle critiche che si possono ricevere.
È difficile che la satira non sia riconoscibile come tale, quindi non vi è il rischio concreto che, per esempio, un articolo satirico possa essere confuso con un serissimo pezzo di cronaca. Spetta alla maturità e alla consapevolezza dei lettori dare il giusto valore e il giusto contesto a ciò che leggono. Assolverli da questo dovere significherebbe trattarli da essere non pensanti, da oggetti e non più da soggetti attivi. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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