Una piccola lezione di giornalismo per l’Eni

«Report sulle tracce della tangente descritta come la più grande al mondo. Parliamo del miliardo di dollari che sarebbero stati pagati da Eni per l’acquisto di un blocco petrolifero in Nigeria», così il programma di inchiesta di Rai Tre ha descritto il proprio lavoro trasmesso lunedì scorso. L’Eni però non ci sta e pubblica su Facebook un video dall’eloquente titolo «Del perché i processi non si fanno in tv» (trovate la trascrizione qui a sinistra), in cui il Direttore della Comunicazione esterna Marco Bardazzi, ex giornalista di StampaAnsa, risponde alle pesanti accuse mosse da Report.
Discorso chiuso? Tutt’altro: la risposta dell’azienda sottintende questioni non marginali che riguardano il rapporto fra notizia, informazione e cittadini. Affermare che «i processi si fanno nelle aule giudiziarie, non in tv» può significare solo che 1. o Eni non ha capito che Report esponeva una questione di rilievo pubblico senza formulare condanne sommarie, tant’è che aveva dato la possibilità all’azienda di difendersi; 2. o l’azienda pensa che certi panni sporchi (o presunti tali) sia meglio lavarli senza fare particolare baccano. Delle due l’una: o Eni non ha visto la puntata di Report, oppure pensa che i cittadini non abbiano il diritto di essere informati.
L’informazione è un prodotto umano e in quanto tale non è necessariamente perfetta. Per questo motivo esistono numerosissime (ed efficaci) modalità che permettono al cittadino (o all’azienda) di difendersi da accuse infamanti e non veritiere. Ma questo, a differenza di un’inchiesta giornalistica, si fa in un tribunale e non in tv o sui social network. Se Eni si sente diffamata da Report, che quereli, anziché lasciarsi andare ad ambigui comunicati su Facebook. Chi scrive, non essendosi occupato in prima persona della questione, preferisce non entrare nel merito di quanto raccontato da Report, pur riconoscendo il grande valore giornalistico della trasmissione su Rai Tre.
In questo momento è sicuramente più interessante occuparsi della risposta di Eni, che sembra davvero una toppa peggiore del buco: se «è certa di poter dimostrare la propria assoluta estraneità alle accuse», non le conviene «farlo nei luoghi appropriati», non solo almeno. Ovviamente le questioni giudiziarie si risolvono in tribunale, però fornire a dei giornalisti tutti gli elementi per dimostrare la propria estraneità da una faccenda come quella delle tangenti in Nigeria è sinonimo di furbizia mediatica. Va bene che la televisione non emette condanne o assoluzioni legalmente valide, però c’è anche una questione di immagine che non va trascurata. E l’informazione, soprattutto quella televisiva, necessariamente attacca la credibilità di un individuo o di un’azienda e quest’ultima, seppur sotto il controllo dello Stato, ha tutto l’interesse a curare la propria reputazione.
Che vuol dire poi «con il massimo rispetto della magistratura»? Presumendo che nessuno intendesse andare a processo insultando i pm, rimane una frase sibillina ed enigmatica. A meno che non si pensi che difendersi in tv sia offensivo nei confronti della magistratura, ma anche questo è ovviamente assurdo.
Non sappiamo come andrà a finire il processo sulla questione tangenti, però è evidente che che Eni, comunicativamente parlando, non ha saputo trattare questa emergenza reputazionale: il comunicato video di Marco Bardazzi sembra sottintendere che i cittadini non devono avere il diritto di sapere cosa, nella ricostruzione di Report, avrebbe fatto Eni in Nigeria. Poi sembra che Eni stigmatizzi il fatto che il servizio pubblico si occupi di questioni giudiziarie, e questo non ha ovviamente alcun senso. L’ex giornalista della Stampa e dell’Ansa avrà sicuramente voluto affermare tutt’altro, però è innegabile che questo messaggio deleterio a più di qualcuno sia davvero arrivato. 

Tito Borsa

Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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