Caso Consip: ecco i garantisti à la carte

i chiamavano garantisti, e invece – al di là di ogni logica – sono solo persone con un gran senso dell’umorismo. Si definivano garantisti ma solo quando gli andava: per loro è già sicura la colpevolezza di Gianpaolo Scafarto, il capitano del Noe accusato di falso ideologico e falso materiale per aver attribuito all’imprenditore Alfredo Romeo la frase «Renzi (Tiziano, ndr) l’ultima volta che l’ho incontrato», che invece era stata pronunciata da Italo Bocchino.
Si raccontano (e ci raccontano) che la scoperta dell’errore, doloso o meno, di Scafarto fa uscire il padre dell’ex premier dall’inchiesta, quando invece è ancora indagato per traffico di influenze.
Non si capisce per quale strano motivo il colpevole-senza-processo debba essere il capitano del Noe, condannabile solo se si dimostrasse il dolo, mentre per i tanti pezzi grossi indagati si debba essere – giustamente – garantisti.  C’è da dire che Italo Bocchino è riuscito a motivare la frase che inizialmente era stata attribuita a Romeo: «Ho incontrato Matteo Renzi sempre e solo durante il mio mandato parlamentare, in occasione di dibattiti televisivi dove eravamo ospiti e, una volta, il 23 dicembre del 2011, al concerto di Abbado». Quindi il Renzi citato sarebbe Matteo e non Tiziano, vedremo come verrà giudicata la sua dichiarazione dagli inquirenti.
Ma il paradosso rimane: non si può essere garantisti à la carte e quindi presumere che ci sia il dolo nell’errore di Scafarto, mentre si pensa che da Tiziano Renzi a Luca Lotti, indagato anche lui, siano tutti innocenti fino a eventuale sentenza definitiva.
A sottolineare questo incomprensibile cortocircuito logico si mettono anche certi giornali, che definiscono Scafarto «un impostore» (copyright Repubblica): non importa se il capitano del Noe ha sbagliato in modo del tutto inconsapevole l’attribuzione di quella frase, magari oberato dal troppo lavoro, per lorsignori è già colpevole. Non intendiamo certo sostenere qui tesi che saranno prese in esame durante le indagini e gli eventuali processi: non abbiamo in mano niente, e nemmeno questi gentiluomini, per propendere per la colpevolezza o l’innocenza di Scafarto, come per quella di Lotti, di Tiziano Renzi e così via. Semplicemente raccontiamo la vicenda con il beneficio del dubbio, mentre lorsignori hanno già la verità in tasca: attaccano i cosiddetti «giustizialisti» e poi si comportano esattamente secondo quel copione che criticano.

Tito Borsa

Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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