Suicidio assistito: dopo dj Fabo anche Davide va in Svizzera

«È diritto dell’uomo chiedere la morte, se è stato colpito da una malattia inguaribile e irriversibile? La risposta non può che essere affermativa, perchè la vita è un diritto e non un dovere». Così scriveva Umberto Veronesi nel suo illuminante libro Il diritto a non soffrire, dando in questo modo voce alle storie di coloro che chiedono la morte come libertà da una vita che non considerano più tale.
L’ultima tra queste storie, quella di Davide Trentini (in foto), 53 anni, da 26 malato di sclerosi multipla, una malattia che lo costringeva a vivere in condizioni complicatissime e sopratutto in preda ai dolori 24 ore al giorno. Dopo quasi metà della sua vita spesa a letto in queste condizioni, Davide ha chiesto di poter essere portato in Svizzera per morire tramite il suicidio assistito, una battaglia che ha vinto e che si è conclusa il 13 aprile scorso accompagnato Mina Welby, copresidente dell’associazione Luca Coscioni insieme a Marco Cappato. Tutto questo accade pochi mesi dopo la vicenda di dj Fabo, ma anche di tanti altri che prima di loro hanno chiesto di morire, e che per farlo hanno dovuto ricorrere a metodi disumani (come la morte per disidratazione di Eluana Englaro), o ad altri governi e paesi (il suicidio assistito in Svizzera).
Il susseguirsi delle vicende nelle storie degli italiani che chiedono l’eutanasia è quasi sempre molto simile: lo Stato nega due dei diritti umani più importanti, l’autodeterminazione e la dignità, e nel toglierli sbarra anche la strada a quelle persone che desiderano aiutare il malato, perseguendole penalmente per «assistenza al suicidio», negando quindi anche il diritto alla libertà; una volta che la battaglia viene vinta, dopo sacrifici, denaro, e grazie a un paese straniero, l’opinione pubblica si interessa nuovamente al tema dell’eutanasia, grandi discorsi e tweet vengono pubblicati sui social, con la conseguente promessa che una legge verrà discussa in parlamento, finchè l’interesse per la novità non viene a scemare, e così anche quella legge che doveva essere discussa rimane accatastata tra documenti di minore importanza.
«Se succede a me io mi sparo», si sente nel film Quasi amici, «Si, ma anche quello è difficile per un tetraplegico», a testimonianza di come queste persone siano chiuse nella propria«prigione», come dj Fabo aveva definito il corpo nel quale era costretto a vivere.
In Italia nel 2016 ci sono stati 4000 suicidi, con la differenza che nessuno, se pur nella tragedia, ha vietato a queste persone di compiere in libertà questa scelta. Non c’è nessuna indignazione nell’opinione pubblica quando si tratta di giudicare la scelta di qualcuno che si è tolto la vita, il dolore certo, quello c’è sempre, ma non l’accusa. Perchè allora è così criticata la richiesta d’aiuto di chi per sua stessa mano non riesce ad evadere da una sofferenza che lo porta a scegliere la morte?
Ma perchè è così difficile nel nostro paese decidere di discutere e arrivare all’approvazione di un disegno di legge che tuteli la libera scelta di morire dignitosamente nel caso di malattie irreversibili che costringono a forti e costanti dolori? Certo, il tema è complicato, ma la legge aiuterebbe a regolarizzare un sistema che oggi opera sul confine dell’illegalità e che per questo è attraversato da un ostacolo nuovo ogni giorno, ma sopratutto tutelerebbe una serie di aspetti e di casistiche particolari. Perchè all’interno del grande tema dell’eutanasia ci sono tantissime altre sfaccettature e tematiche, intrinseche ai singoli casi. Per non parlare del fatto che uno Stato che costringe i propri cittadini a rivolgersi ad un altro per compiere un loro diritto di libertà e dignità, fallisce nella sua accezzione stessa di Stato.
Ma al di là della difficoltà normativa che tutti ammettiamo, ma che non è comunque un motivo sufficente per non affrontarla, resta da chiedersi a livello etico e morale come si possa non considerare lecito questo tipo di diritto. Forse molti temono che legalizzando l’eutanasia si possa rischiare di innescare un meccanismo per cui al minimo dolore si possa legalmente richiedere la morte? Sbagliato, come già succede in Svizzera, i controlli sono molto fiscali su ogni singolo aspetto della malattia del paziente, e solo dopo numerosi accertamenti da parte di medici esperti si prende una decisione.
Forse molti temono il concetto della morte in sè e per questo aboranno una legge che la consenta? Sbagliato, la maggior parte delle volte è il processo della morte che spaventa, il dolore, non l’atto finale in sè, e questa legge potrebbe dignitosamente accorciare quel processo.
Infine, probabilmente molti non comprendono che appoggiare una legge di questo tipo potrebbe fortunatamente non avere mai nessun effetto sulla loro singola vita, perchè si tratta di un diritto da concedere agli altri, a chi ne ha bisogno, e che per questo non rappresenterebbe alcun impedimento a «noi fortunati». A questo proposito Veronesi nel libro precedentemente citato scrive: «Chi non condivide l’eutanasia non sarà di certo costretto a chiederla, praticarla o effettuarla, e la sua libertà sarà intangibile. Altrettanta libertà va concessa a chi è di parere contrario».

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