«HEMINGmyWAY», il vecchio Ernest secondo me

Sono ormai arrivato alla mia terza interpretazione di Ernest e ad assomigliargli anche quasi fisicamente, più per l’età, la panza e la barba che altro. Il nostro primo incontro artistico è stato un murales nel Salento tre anni fa in un piccolo ristorante ad Avetrana intriso di cultura del viaggio, mi è sembrata la scelta appropriata. Il secondo in questo mio recente viaggio di quasi due mesi a Cuba, a completare la mia «Trilogia cubana» di serigrafie realizzate nel cuore dell’Havana vecchia. Dopo Trump che si rifà a Marylin di Andy Warhol e il Che in versione dollaro americano, ho pensato di completare la serie cubana col ritratto del celebre scrittore racchiuso nella sagoma del Marlin guizzante nell’aria sovrastante un mare nero come la pece chiazzato di rosso. Molto probabilmente è sangue.
L’ultima volta, per il ristorante «Al Pescatore», sempre all’Havana, di fronte all’Hotel Copacabana in Playa, in quanto immagine del pescatore più illustre di Cuba. Qui sempre con la tecnica stencil come nel Salento ma in dimensioni più ridotte e sopra resti di vecchie porte cubane trovate in giro. Accanto a lui l’immagine quasi silhouettata del Pilar, la sua leggendaria barca da pesca d’altura. Con gli stessi stencil l’ho poi riprodotto sulla facciata esterna del ristorante, all’interno di un edificio residenziale popolare a lato del Capitolio, su un pallet dorato, su una camicia Guayabera e tra poco, alla fine di questa mia scrittura, sul muro esterno del loft presso la ex fabbrica Richard Ginori qui a Milano dove sono ospite di un amico grafico di Parma.
Quando penso a Hemingway, il mio pensiero immediato corre alla sua tragica morte e ai motivi per cui l’abbia fatto, con un colpo di fucile alla testa in un giorno assolato di luglio, nel lontano 1961. Tutti sappiamo naturalmente che soffriva di forti crisi depressive causate dall’alcol e dal suo stile di vita fuori dagli schemi che gli hanno istigato paranoie e paure ossessive. Nonostante questo, mi piace ora invece immaginare e pensare che il suo sia stato un gesto estremo ed eroico di un uomo che coscientemente decide di prendere in mano il suo destino e scegliere autonomamente il momento della sua fine. Veniamo al mondo non per nostra volontà ma per volere di altri, e ci troviamo catapultati in un mondo che per quanto bellissimo e immenso, non avevamo in realtà chiesto o voluto. È come vincere una vacanza viaggio premio ma non poter scegliere la destinazione, la durata e la classe. Ci ritroviamo in una realtà bellissima e multiforme ma già da tenera età apprendiamo con nostra sorpresa e agghiacciante stupore infinito, che non siamo qui per sempre ma che un giorno il nostro meraviglioso viaggio avrà una fine e perderemo tutto, incluse le persone a cui vogliamo bene. Non potremo mai sapere quando, ma solo che ineluttabilmente arriverà e non potremo farci niente, anzi. Potrebbe avvenire nel sonno o in un momento in cui non ne saremmo coscienti, e comunque, nel momento in cui avverrà non saremo più presenti e quindi non avremo modo di accorgercene o nemmeno di saperlo.
È un pensiero… stupendo, come direbbe Patty Pravo; un pensiero ricorrente, pulsante, che serve in un certo senso a dare più valore a ogni attimo della nostra vita, ma che comunque ci accompagna costantemente nel nostro cammino su questo pianeta, o almeno, così è per me da quando ero bambino e ho scoperto di dover morire. «Non c’è vita se non c’è morte», è il mio mantra costante. Ecco, allora, mi piace pensare che un uomo come lui, come Ernest, che ha sempre esaltato il machismo e l’eroismo umano nei suoi racconti e con l’esempio della sua vita, arrivato molto avanti con gli anni e con la carriera, pieno di acciacchi e dubbi sul futuro, abbia deciso di prendere in mano il suo destino, decidere in prima persona per la sua vita, sbeffeggiare il fato padrone degli uomini e del loro cammino, padrone di scegliere per noi la nostra data di scadenza, e con un colpo di fucile, quello stesso fucile con cui lui da cacciatore aveva tolto la vita a innumerevoli creature animali, prima della sua, decide di suicidarsi in un gesto di eroismo assoluto, impugnando il suo essere parte del mondo e facendolo solo suo, per l’ eternità. Per chi suona la campana? E quando?

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