Requiem per Alitalia: o si cambia o si alimenta un cadavere

Ancora una volta Alitalia viene presa per i capelli in punto di morte. Martedì il Ministero dello Sviluppo Economico, con il decreto che dispone l’ammissione di Alitalia all’amministrazione straordinaria in base alla legge Marzano, ha nominato un collegio di tre commissari di indubbia esperienza e qualità manageriali il cui compito sarà al 99% quello di evitare la vendita cosiddetta «a spezzatino» svendendo tutti i singoli asset a compratori diversi e di trovare un unico acquirente affidabile, possibilmente che si riveli un partner strategico per l’Alitalia di domani (se ce ne sarà una).
Ma perché Alitalia vuole morire? E chi l’ha uccisa? Nel 2016 in Europa su 100 sedili messi a disposizione dalle compagnie aeree 39 erano low cost. In Italia, stesso periodo di tempo e stesso segmento, 47 (49 nel primo trimestre del 2017). In Germania, patria di Lufthansa, 24. In Francia, dominio di Air France, 26. In Olanda, casa di Klm, 29. Persino nell’Irlanda di Ryanair la quota è inferiore a quella del nostro paese: 46. Sulla base di accordi definiti di «co-marketing» e di «sviluppo delle rotte» per la promozione del territorio, 40 milioni all’anno vengono girati regolarmente dagli enti locali alle compagnie low cost sotto forma di incentivi.
Alitalia chiaramente non ha incentivi di questo genere. Si può discutere sul fatto che il consumatore abbia un servizio migliore: ossia una rotta coperta a un costo inferiore e che città quali Trapani o Brindisi (per non parlare di Bergamo) abbiano avuto un notevole incremento del flusso di turisti; ma allora cosa vogliamo fare? Vogliamo aprirci e fare i capitalisti puri lasciando che Alitalia muoia (mandando tutti i circa 11mila dipendenti a casa) oppure vogliamo fare i nazionalisti, fare un passo indietro e mandare a casa le low cost riportando alla luce la nostra «pseudo-gloriosa» compagnia di bandiera (con un costo per lo Stato che, dopo gli 8 miliardi già sborsati probabilmente raddoppierebbe)?
Quella di Alitalia è solo un’altra storia tipica del nostro paese, nella logica del tutti per uno, ma sotto sotto ognuno per sé. Se si vuole davvero riportare in vita Alitalia, bisogna lasciarle mercato, passeggeri, slot e quant’altro e non è ammissibile vedere Ryanair che domina indisturbata il terminal 2 di Fiumicino, che dovrebbe rappresentare il grande hub italiano. Vedere una atrocità simile a Charles de Gaulle, all’aeroporto di Francoforte, a Heathrow o ad Amsterdam Schiphol, sarebbe impossibile.
L’economia non è una scienza esatta ma alcuni dati di fatto esistono eccome: se una società opera in un mercato svantaggioso, in cui i competitor offrono stessi servizi a prezzi più bassi, o cambia mercato oppure è destinata a fallire. Il mercato è stato mangiato, ok, ma questo è solo uno dei problemi. Più di 11mila dipendenti, troppi per il business limitato di Alitalia, sono una straordinaria componente di inefficienza operativa, che non può essere sfoltita a causa di sindacati estremamente potenti e di interessi di natura politica. Il destino di Alitalia dipende dalle nostre politiche a livello paese: accettiamo il fatto che abbiamo già siglato la condanna a morte di Alitalia con il vantaggio di poter girare l’Europa a 30 euro oppure ci ripensiamo, chiudiamo tutto, alziamo muri «alla Trump» e facciamo di Alitalia la nostra unica, vera compagnia di bandiera salvandola una volta per tutte e investendo sul lungo raggio? Senza quota di mercato, possibilità di investimenti e con zavorre di costo irremovibili, possiamo salvare Alitalia anche per altri 50 anni, ma sarà come tenere in vita un malato terminale attaccato a una spina.

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