Musei e Tar: la «figuraccia» è tutta di Franceschini

Mettere degli specialisti stranieri a capo di importanti musei italiani, questa era la grande trovata di Dario Franceschini, ve ne avevamo già parlato sia per raccontarvi le perplessità sulla scelta dei candidati, sia per esporvi un esempio di buona riuscita a Urbino. Purtroppo però non tutte le ciambelle riescono con il buco, e infatti il Tar del Lazio ha annullato le nomine volute dal ministro Franceschini per Musei italiani di eccellenza.
Non c’era stato alcun concorso: era stato preferita una selezione pubblica, il cui impianto è stato definito fragile e opaco, basandosi su «criteri di natura magmatica» (curriculum, bibliografia, un quarto d’ora di colloquio su Skype). Da qui veniva individuata una «decina», e poi una «terna» fra cui Franceschini e il direttore generale avrebbero nominato il vincitore. I nomi degli appartenenti alle decine e alle terne sono sconosciuti, alla faccia della «procedura trasparente e pubblica» decantata dal Ministero. In più il Tar ammonisce: «Il bando della selezione non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani».
Tutto da rifare, insomma. Le reazioni non sono state certo misurate: il ministro parla di «figuraccia davanti al mondo» e si dice «stupefatto», mentre Matteo Renzi spiega che «bisognava riformare i Tar». Il problema è che il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio non ha fatto altro che applicare la legge del 2001 secondo cui solo cittadini italiani possono essere nominati dirigenti dello Stato italiano. Ora toccherà al Consiglio di Stato pronunciarsi sulla vicenda.
Intanto però rimane la figuraccia di Franceschini (definito da Renzi nel 2009 il «vicedisastro» di Veltroni) e dell’ex premier: sbagliare è umano, prendersela con chi te lo fa notare è invece assurdo. Bisogna anche dire che l’incremento di visite ai musei è stato anche determinato da una serie di circostanze fuori dal controllo dei direttori e pure di Franceschini: il terrorismo ha ucciso il turismo in paesi come la Francia, la Tunisia e la Turchia, e questo ha riversato i turisti in Italia, Spagna, Grecia e altri paesi non colpiti da attentati. I direttori voluti dal ministro, poi, sono alla base di iniziative ben poco culturali come l’affitto dei luoghi per matrimoni e feste di laurea, e la festa di compleanno di Emma Marcegaglia, che ha trasformato il Palazzo Ducale di Mantova in una vera e propria discoteca nel febbraio 2016.
Di fronte a questi dubbi successi, è ancora più assurda la polemica contro il Tar, che non ha fatto altro che applicare la legge. È indubbiamente preoccupante questa ostilità della politica verso gli organi di controllo, come se il fine giustificasse sempre i mezzi: la bravura di un politico si concretizza nel raggiungimento degli obiettivi nel rispetto della legge.
Le polemiche sono inutili: ammesso e non concesso che questi nuovi direttori abbiano fatto un capolavoro della propria gestione, ciò non toglie che le loro nomine si siano basate su «criteri di natura magmatica» e che non ci sia stata tutta quella trasparenza di cui si fa vanto il MiBact.
Ora, dicevamo, tocca al Consiglio di Stato dare un parere su questo pasticciaccio brutto dei musei italiani, ma – nel caso in cui il verdetto del Tar venisse confermato – la «figuraccia davanti al mondo» sarebbe solo di chi ha partorito le modalità di nomina, non di chi glielo fa notare. È come se ce la prendessimo con il prof di matematica dopo che abbiamo scritto che 2+2=5, vi sembra sensato?

Tito Borsa

Ho fondato La Voce che Stecca e la dirigo dal 19 aprile 2014. Scrivo ogni mese sul Borghese e ogni tanto sul blog Sostenitore del Fatto Quotidiano. Una laurea in Filosofia all'Università di Padova

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