Se il viaggio dei migranti diventa un reality in tv

Oggi più che mai, grazie o a causa della tecnologia, per prendere parte a un dibattito o diffondere un’informazione basta un clic. Questo implica da un lato il fatto, per niente trascurabile, che ognuno si sente in dovere o in diritto di dire la sua opinione soltanto perché ha il mezzo per farlo e non perché ha una conoscenza di base sufficiente per affrontare l’argomento, ma implica anche che qualsiasi tematica, anche la più delicata, possa essere affrontata attraverso format abbastanza discutibili, probabilmente per la ricerca di modi originali per affrontare un argomento trito e ritrito. Per «tematica delicata» intendiamo per esempio l’immigrazione, e per «format abbastanza discutibili» la serie tv/documentario australiano in cui i protagonisti vengono sfidati a ripercorrere a ritroso il percorso che un migrante deve affrontare per arrivare in Australia, rischi e barcone compresi. Affrontato anche nei giorni scorsi al G7 di Taormina, il tema dell’immigrazione è così complesso e delicato da meritare senza dubbio una trattazione all’altezza.
Go back to where you came from è la trovata televisiva del canale australiano Sbs con come protagonisti sei australiani, di diverse età, classe sociale, e con opinioni contrastanti sul tema dei migranti, che accettano di mettersi letteralmente nei panni dei rifugiati e richiedenti asilo. Composta di 3 stagioni andate in onda fino al 2015, la serie si apre con i protagonisti che sono tenuti ad abbandonare tutti i loro averi e che vengono caricati su un barcone trasandato per cominciare il viaggio. Da qui in poi, attraverso gli episodi e le stagioni, le telecamere passano dalla Malesia al Kenya, dalla Giordania al Congo e all’Iraq, dalla Somalia all’Afghanistan.
Chiaramente la serie si inserisce in un contesto politico come quello australiano in cui il dibattito sui migranti è stato ed è tuttora molto acceso, e si autodichiara quindi come ulteriore mezzo non solo di informazione ma anche di riflessione sul tema. I protagonisti della serie, infatti, non hanno tutti la stessa opinione, e questo dovrebbe aiutare il confronto; in più, se si visita la pagina online del canale Sbs e si seleziona lo show, si possono trovare una serie di documenti, ricerche, raccolta dati e mappe interattive sull’immigrazione: non si può dire che la parte legata all’informazione l’abbiano trascurata. Si rimane quasi colpiti dai nobili motivi con cui questa serie viene presentata, se non fosse che non poche questioni portano a riflettere.
Innanzitutto, il voler mostrare «il lato umano di ciò che spinge le persone a pagare cifre come 10 mila dollari per raggiungere l’Australia su una barca trasandata» sembra francamente insensibile. Serve davvero dire che il cosiddetto lato umano lo si vede e lo si sente mille volte di più nelle storie di chi, lontano dalla telecamere, lavora ogni giorno per aiutare i migranti?
Si potrebbe ribattere che, vista l’audience (circa 524mila telespettatori)  grazie al programma molte persone sicuramente ora sono più informate di prima sul tema, ma cosa ha detto davvero in più questo reality show di quanto non possa dire un telegiornale, un reportage giornalistico o qualsiasi organizzazione umanitaria che raccoglie i dati sulla questione?
Qualcuno potrebbe dire che il mezzo non conta, ma che è importante il contributo che un programma di questo tipo può portare, e cioè un’informazione reale perché di luoghi e di vite reali si parla. Ma rimane la speranza che ci sia ancora qualcuno che pensa che alcuni temi non siano adatti a prestarsi al gioco di uno show, e che storie vere vengono raccontate ogni giorni in reportage di giornalisti che, nel rispetto della situazione, documentano le guerre e i viaggi dei migranti, dichiarandosi giornalisti e non fingendo di poter provare neanche solo per un giorno quello che prova chi scappa dalla guerra. È con sensibilità, certo, ma anche con la consapevolezza del proprio ruolo, che si affrontano temi così.
Qualcun altro ancora potrebbe pensare che in fondo questa serie non nuoce a nessuno, e che è stata un modo originale per descrivere le difficoltà di un viaggio che moltissimi affrontano. Ma proprio da qui nasce l’immensa insensibilità di cui è intriso questo programma: innanzitutto nuoce a tutti coloro che hanno affrontato queste difficoltà rischiando la vita, senza contare la mancanza di rispetto per chi la vita l’ha persa. Ma soprattutto, grande parte mancante del programma, la difficoltà dei migranti non è solo il viaggio che affrontano, ma la decisione a monte, altrettanto difficile, di lasciare il proprio paese, la propria casa, spesso la propria famiglia, perché consapevoli che dalla guerra non si esce vivi.
E se proprio dobbiamo dirla tutta, per capire quanto siano in realtà lontani dai nobili propositi con cui la serie è stata presentata, lo stesso titolo, Go back to where you came from, sembra abbastanza esplicito.

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