Se Totò Riina esce dal carcere abbiamo perso tutti

«L’uomo, questa canaglia, si abitua a tutto!». Così scriveva Fëdor Dostoevskij nel suo Delitto e Castigo, e così è.
Noi italiani, per esempio, siamo abituati alla mafia. Sappiamo che c’è, ma non se ne parla nemmeno a scuola; ci scuote la fiction di turno su Falcone e Borsellino, poi la questione torna a essere troppo grande e lontana.
In questi giorni, però, Cosa Nostra è tornata prepotentemente all’attenzione nazional-popolare in seguito alla richiesta di differimento della pena avanzata da Totò Riina.
Il boss corleonese, che conta 86 anni di età e quasi due decine di ergastoli, avrebbe espresso il desiderio di morire vicino alla famiglia, fuori dal carcere di Parma nel quale è sottoposto al regime del 41-bis; è da tempo malato, motivo per il quale si trova ormai stabilmente in ospedale e assiste ai processi che lo riguardano in videoconferenza.
La notizia ha diviso l’opinione pubblica: da un lato, chi difende il diritto inalienabile a una morte dignitosa; dall’altro, chi non accetta nessun tipo di pietà nei confronti del mafioso.
Innanzitutto, va precisato che la legge italiana ammette la pena differita in caso di grave malattia del detenuto, quindi, per una volta nella sua vita, Riina non ha espresso nessuna volontà illegale. Tuttavia, come già detto, il boss passa 24 ore su 24 in una struttura adibita a curare e assistere persone malate, perciò gli sono garantite le premure che ogni essere umano merita in quanto tale. Riprendendo ciò che ha scritto qualche giorno fa Nando Dalla Chiesa, se Riina avesse mai avuto una vita dignitosa, in queste condizioni potrebbe avere una morte altrettanto dignitosa.
Ricordiamoci, però, che stiamo parlando di un uomo il cui soprannome era «La Belva». Un criminale feroce, che ha fatto esplodere magistrati e sciogliere bambini nell’acido. Un boss che, come ci ricorda Lirio Abbate su L’Espresso, non si è mai dimesso dal suo ruolo, e dalle cui labbra pendono ancora i nuovi capi mafiosi.
E allora perché dovrebbe essergli concesso qualcosa che vada oltre il minimo?
Forse, chi si erge a paladino della morte felice dell’efferato criminale pecca di superficialità. Non solo perché pensa che il capo dei capi sia ormai innocuo (quando le intercettazioni dimostrano che continua a dare ordini anche dal carcere duro, figuriamoci da casa propria), ma perché sminuisce la fatica di un paese.
L’Italia ha passato anni durissimi, bloccata dal terrore delle stragi; molte persone hanno speso la propria esistenza cercando di debellare il morbo mafioso, e troppe sono state ammazzate per questo. Parallelamente alle indagini, è avvenuto un cambiamento nella percezione della criminalità organizzata stessa: si è iniziato a pensare che sia un parassita, e non l’unica alternativa possibile per vivere in pace; si è passati dall’omertà alla ribellione. Telejato, Libera e Addiopizzo sono solo alcuni esempi di questo nuovo coraggio. Certo, la paura è più dura a zittirsi di quanto si pensi, e i risultati non sono immediati. Ecco perché è così importante sentirsi direttamente coinvolti nel problema in quanto italiani e affrontare prima il concetto culturale di Cosa Nostra che i criminali stessi. Non possiamo concedere a Riina il lusso di una fine serena, perché dev’essere chiaro che chi sceglie la via mafiosa avrà contro tutti noi.

Sara Latorre

Dalla Bassa Bergamasca alla tentacolare Udine per studiare Mediazione Culturale. Mi guardo intorno e scrivo.

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