Quando un vip muore, diviene perfetto e inattaccabile

Li vediamo sui teleschermi, nelle sale dei cinema, sui nostri Pc. Li ammiriamo, li ignoriamo, ne tolleriamo l’esistenza, comunque, nel profondo, ci appaiono perpetui e imperituri, come se la macchina da presa conferisse loro il dono dell’immortalità.
Poi, all’improvviso, apriamo un quotidiano online, accendiamo il televisore, scorriamo la home di Facebook e ci vengono sbattute in faccia notizie come: «Muore a 78 anni il famoso ballerino…» oppure «Ci ha lasciati questa notte il conduttore…». Rimaniamo increduli e attoniti, pervasi, almeno nei primi minuti, dalla speranza che si tratti della solita, becera bufala, ma quando le più importanti testate confermano il fatto, prendiamo atto che la signora con la falce non esercita clemenza neanche sulle star.
Si dà, così, il via alle danze di messaggi di cordoglio, espressioni di solidarietà alla famiglia, speciali in Tv dedicati al compianto defunto, rilancio di vecchie interviste, messa in onda dei suoi lavori più graditi al grande pubblico, tutto ciò con fare melenso e reverenziale, perché chi era una stella in terra diventa quantomeno una mezza divinità appena dopo l’ultimo respiro.
Per chi non è abituato a tessere lodi e basta, si pone, tuttavia, una questione di livello morale, ossia se sia opportuno accostare al ricordo di ciò che di buono il personaggio scomparso ha compiuto le sue zone d’ombra.
Prendiamo come esempio Paolo Villaggio, l’ultimo in ordine di tempo che è volato via. Tra il ragionier Fantozzi, Fracchia, Io speriamo che me la cavo e i prestigiosi premi che si è aggiudicato, come due David di Donatello, un Leone d’Oro e un Nastro d’Argento, ci domandiamo se sia lecito rammentare anche alcune sue uscite infelici, come quella volta in cui raccontò cosa era solito fare con l’amico Fabrizio De André: «Fingevamo di essere brave persone ma eravamo delle carogne. Da ragazzi tormentavamo due omosessuali, uno dichiarato e l’altro no. Li prendevamo a pietrate, solo per il gusto di farlo. Perfidia pura». O che, ancora, sempre riguardo l’omosessualità, la definì un’anomalia genetica.
Invece, a proposito dell’encomiabile Dario Fo, che ci ha resi orgogliosi, tra le tante cose, col suo Nobel per la letteratura, chissà se avremmo fatto bene a sottolineare che da ragazzo aderì alla Repubblica di Salò, così come magari avremmo dovuto agli struggenti funerali dello spiritoso grande uomo del piccolo schermo Raimondo Vianello.
Viene anche in mente la dipartita dell’amata moglie di Enrico Berlinguer la scorsa settimana. Pur non essendo stata direttamente impegnata in politica e essendo coniuge di un dirigente di partito di tutto rispetto, ci chiediamo se sarebbe stato corretto fare notare che – 
tanto comunista! – ma ha vissuto più di trent’anni nell’agio del vitalizio.
Difficile rispondersi. Per non cadere in errore, probabilmente, basterebbe non mutare opinione su una persona, semplice o celebre che sia, appena questa reclina il capo.

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