Qualche riga razionale sul G8 del 2001 a Genova

Nonostante siano passati 16 anni, parlare del G8 di Genova del 2001 è ancora difficile: ci si trova troppo spesso di fronte a due schieramenti che, al pari di due tifoserie qualunque, esaminano soltanto un pezzo della storia senza quindi dare un giudizio storico vero e proprio. Quelli che Carlo Giuliani è un martire contro quelli che Carlo Giuliani era un delinquente. Niente, sembra impossibile esaminare quei drammatici giorni (dal 20 al 22 luglio) in modo obiettivo e razionale: forse è passato troppo poco tempo, forse politica e ideologia hanno completamente impregnato i fatti.
Quanto è accaduto intorno al G8 del 2001 è stato definito da Amnesty International la «più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale» e da questo bisogna partire. E, visto che è ridicolo pensare che Carlo Giuliani o i manifestanti potessero sospendere la democrazia, la causa di tutto va cercata altrove. Amnesty sta con gli attivisti? Se così fosse sarebbe in buona compagnia: il Parlamento europeo ha parlato di «sospensioni dei diritti fondamentali avvenute durante le manifestazioni pubbliche, e in particolare in occasione della riunione del G8 a Genova, come la libertà di espressione, la libertà di circolazione, il diritto alla difesa, il diritto all’integrità fisica».
Nei giorni scorsi il capo della Polizia Franco Gabrielli ha definito la vicenda una «catastrofe» ed è impossibile dargli torto. Quando si parla del G8 di Genova si parla sempre di Giuliani, della macelleria messa in piedi alla Diaz e delle violenze a Bolzaneto. Lo sguardo deve guardare un’immagine più ampia: se volessimo un manuale su come non organizzare un evento politico internazionale, questo sarebbe il caso emblematico. Genova è difficilissima da controllare, tanto per cominciare, e poi sono entrate in gioco questioni tecniche sulla gestione della sicurezza che non hanno certo aiutato. A questo dobbiamo aggiungere il comportamento criminale di parecchi esponenti delle forze dell’ordine, soprattutto per quanto riguarda l’assalto alla scuola Diaz, dove stavano i manifestanti.
Al di là di chi prendeva le decisioni, i protagonisti non sono stati che in balia di un evento senza pari nella nostra storia repubblicana. Parlare di «sospensione dei diritti democratici» è quanto mai opportuno. Il carabiniere ventenne che uccise Carlo Giuliani era in preda al panico e il vero responsabile della morte del ragazzo non è lui, ma chi ha permesso che un tale disastro avvenisse.
Non trasformiamo anche un evento così tragico e drammatico in argomento di discussioni becere, cerchiamo di usare la testa, di ragionare scevri da pregiudizi. Non occorre sempre distinguere il bene dal male, basterebbe ogni tanto raccontare le cose come stanno. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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