Non solo Google, la Silicon Valley non è un posto per donne

Qualche giorno fa ha iniziato a circolare in rete un documento di dieci pagine scritto da un ingegnere di Google in cui si criticano le politiche dell’azienda, che sta cercando di includere persone appartenenti a minoranze etiche e donne. Queste ultime, in particolare, non sarebbero adatte a occupare posti di rilievo nel settore della tecnologia, perché biologicamente inferiori rispetto ai colleghi maschi, più pragmatici; ciò giustificherebbe anche le differenze salariali tra donne e uomini all’interno dell’azienda, cosa per cui Google, tra l’altro, è indagata dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti.
Dopo che il documento ha fatto il giro del web e che alcune dipendenti di Google hanno rivelato su Twitter che si tratta di opinioni piuttosto diffuse all’interno della compagnia, la reazione dell’azienda non si è fatta attendere e l’ingegnere sessista è stato prontamente licenziato. Qualcuno potrebbe obbiettare sottolineando quanto sia illiberale lasciare a casa un dipendente solo per le sue idee; non possiamo sapere in quale misura siano condivise all’interno dell’azienda e se il licenziamento sia dovuto a una condanna ideologica o a un ben più semplice tentativo di salvare il nome del colosso della tecnologia. Ciò che è evidente, invece, è il fatto che in molti settori, anche nella «progredita» America, le donne rappresentino ancora una «minaccia», soprattutto quando aspirano a essere dirigenti o a fondare delle startup.
All’inizio di luglio il New York Times ha pubblicato un articolo molto dettagliato in cui venti imprenditrici della Silicon Valley raccontano di aver subìto molestie e abusi mentre cercavano di ottenere finanziamenti per le loro startup; alcune di queste hanno mostrato alla giornalista che le ha intervistate messaggi ed e-mail e hanno fatto i nomi degli investitori coinvolti.
E all’interno di Uber, nel suo quartier generale di San Francisco, nel giugno scorso sono stati licenziati una ventina di manager per le molestie sessuali attuate nei confronti delle dipendenti e le indagini sono ancora in corso.
Oltre alla tecnologia e al mondo dei trasporti, un altro dei settori in cui il sessismo tradizionalmente sembra farla da padrone è quello del fumetto. Ma non vogliamo parlare, in questa sede, delle eroine «sexy e femminili» del mondo della carta stampata o del cinema di animazione, bensì di un altro tipo di discriminazione, che in questo caso non si attua all’interno dell’azienda (la Marvel), bensì sul web, tra i suoi «fan»: una editor dell’azienda, Heather Antos, ha pubblicato su Twitter una propria foto in compagnia di alcune colleghe, mentre si rilassano in un momento di pausa bevendo dei milkshake. Antos è stata bersagliata di tweet e messaggi privati in cui si fanno battutine sessiste e in cui si accusano lei e le sue colleghe di danneggiare, proprio in quanto donne, la «qualità degli ultimi lavori della Marvel».
Fortunatamente sono stati altrettanto numerosi i tweet in sostegno di questo team, accompagnati dall’hashtag #MakeMineMilkshake. Sono le azioni «dal basso» quelle essenziali per scardinare un certo tipo di preconcetti: le grandi aziende, se non vogliono perdere utenti e finanziatori, dovranno solamente adeguarsi a tale cambiamento di rotta.

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