Di lavoro si muore: siamo come figurine scambiabili

Risulta veramente beffardo morire nell’atto di guadagnarsi da vivere, vedersi strappata l’esistenza mentre ci si prodiga per renderla dignitosa, accettabile, serena, il paradosso della resa di quelle braccia che tanto si animavano per conquistarsi non solo un salario, ma un abbraccio denso di riconoscenza da parte di mogli, mariti, figli, famigliari che godevano di quello stipendio tanto sudato.
In tanti modi si può abbandonare questo mondo: incidenti, patologie, omicidi, suicidi. E poi c’è il lavoro. Morire di lavoro. Anche in questo caso, sul colpo, o dopo una lunga agonia. Per un accidente, un errore, un aspetto sottovalutato, per imperizia, per un interesse che prevale sulla sicurezza e sulla salute.
Sarebbe una notevole fonte di sollievo e rassicurazione relegare questo gran male alle epoche passate. Come non rammentare il disastro nella miniera di Marcinelle, nel 1956, dalla quale 262 persone non fecero più ritorno alle loro case. Altri tempi, meno mezzi di prevenzione e abbattimento dei rischi, scarsa preparazione: come ci piacerebbe constatare che ci siamo lasciati tutta l’inefficienza e l’incuria alle spalle!
Invece, ogni anno, ci ritroviamo a dire addio a un numero spaventoso di nostri connazionali periti sul luogo di lavoro. I dati, che purtroppo vanno peggiorando, sono impietosi: si registra tra gennaio e luglio 2017 un incremento di incidenti e morti all’interno del contesto lavorativo, che hanno raggiunto quota 591, 29 in più rispetto ai 562 decessi dello stesso arco di tempo del 2016 (+5,2%).
Si può notare – almeno quello! – che sono aumentate, in realtà, le denunce agli organi competenti, ciononostante sarebbe raccapricciante rallegrarsi di una maggiore coscienza quando si muore ancora di lavoro: il fatto rimane immutato nel suo essere carico di sofferenza.
La produzione, il profitto, il possesso di beni materiali sembrano ora prendere piede più che mai. Se tutti gli imprenditori e i datori di lavoro sapessero coniugare i risultati a loro beneficio con il mantenimento dell’integrità fisica e psicologica dei loro sottoposti questi numeri calerebbero drasticamente. Tuttavia, in un momento storico in cui i dipendenti sono intercambiabili con la schiera scalpitante di disoccupati, l’investimento nell’essere umano spesso passa più facilmente in secondo piano, se non viene quasi del tutto accantonato.
Vogliono spremerci fino a sessantasette anni, si vocifera, però pare non interessi come l’operaio, il carpentiere o il manutentore giungeranno a quest’età. Siamo come in mano a un ipotetico bambino del patron della raccolta Panini, con a disposizione tutte le figurine per completare l’album e non solo, tanti tanti doppioni: se una si stropiccia o va perduta, ce ne sono immediatamente numerose altre pronte per essere incollate al loro posto.

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