Un romanzo sull’empatia ossessiva da social network

Oggi, per la serie «consigli non richiesti», parlerò di un libro. Si tratta di Una vita non mia di Olivia Sudjic (Minimum Fax, 18 euro). È il debutto di quest’autrice inglese e a ispirarmi non sono stati solo il titolo, la copertina accattivante e la giovane età dell’autrice, ma una trama abbozzata che poco mi ha fatto capire di ciò in cui mi stavo per immergere.
Il titolo inglese è Sympathy che in italiano può essere reso con la parola «empatia», la capacità di mettersi nei panni altrui, di vestire una vita non propria. Da qui la geniale traduzione di Chiara Baffa del titolo, Una vita non mia, che non solo è  perfetto per quest’opera, ma è la degna sintesi di tutto ciò che dobbiamo sapere sulla protagonista Alice Hare. A dir poco anonima, abbandonata da piccola dal padre e con una madre assente, mette da parte la sua passione per la fisica (ciò che regola i rapporti tra la materia, i corpi, le emozioni e persino il futuro) per una laurea in filosofia, dopo la quale si sente vuota, senza uno scopo né un’idea di ciò di cui fare della propria vita. Da qui parte la sua odissea: non si concentra più sulla sua vita, ma su quella di un altro, una vita non sua, la vita di Mizuko, una giovane insegnante e scrittrice di New York che riesce ad avvicinare attraverso tutta una serie di «coincidenze» programmate grazie all’onnipresenza delle due ragazze sui social network.
Questa non è solo una storia sulla ricerca di sé fatta nel peggior modo possibile, ovvero ossessionandosi per una presenza online che offline si rileva tutto il contrario di ciò di cui Alice avrà bisogno, ma anche di una dipendenza, dipendenza da persone, notifiche, spunte blu, risposte, menzioni, feedback che ci facciano sentire di esistere al di fuori di noi stessi. Credo sia questo ciò che più mi ha colpito e mi ha fatto avvicinare ed empatizzare (come suggerisce il titolo) con la protagonista. Lei desidera un contatto, ha bisogno di una guida, di un progetto. Ha bisogno di un sostegno, ma non riesce a trovarlo e cerca e cerca e scava a mani nude nella cronologia di una persona che pensa potrà porre fine al suo sentirsi vuota e inutile, ma che alla fine la porterà solo alla solitudine e alla mancanza.
Dice dell’università: «Avevo amato una tutor in particolare. Durante il nostro ultimo incontro, quella tutor mi disse “vai e divertiti, scatenati”, e io scoppiai a piangere».
L’obbligo, l’ansia, la pressione di coloro che ritengono che i giovani debbano spolpare ogni istante fino all’osso, vivere la vita al massimo, divertirsi, liberarsi dai pesi e dai pensieri e allo stesso tempo pensare al proprio futuro quando ci si sente solo vuoti e amareggiati e senza un domani verso cui volgersi crea solo un’aura di apatia e un desiderio di fuga che è difficile biasimare.
L’ossesione per il visualizzato, l’online, il post su Instagram delle vacanze, la registrazione in un dato luogo su Facebook, lo sfogo su Tumblr, gli hashtag su Twitter. Tutti modi per farci vedere, trovare, per sconvolgere, scatenare una reazione, senza renderci conto che la reazione è già lì. L’assenza di reazione, il visualizzato e non risposto, la mancanza di una persona è essa stessa una risposta al nostro bisogno di sentirci parte, di esistere per qualcuno, di rapportarci, di comunicare. Senza qualcuno non siamo nessuno.
Così concludo, come conclude Alice, che mentre guarda il cellulare dice: «“Mi sa che è senza batteria”. E anche la mia è finita».

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