E se mi buttassi in questo mare che mi chiama a sé?

Sono sempre stata una persona estremamente riflessiva.
Passeggio lungo il pontile, è notte.
Il nero si fonde col nero, ma non è un colore di freddo. È caldo come un caffè americano, allungato con un po di latte, intero come la luna, stasera.
Sfacciata spicca in mezzo al cielo e non si vergogna di mostrare le sue curve come una dea vanitosa.
Sorridi nell’immaginarmela farsi bella prima di uscire. Regina della notte.
Tonda e piena.
Mi sento come una formica in mezzo al mondo. Anche se non li vedo, percepisco il brulicare attivo dei pesciolini nel mare che fanno festa sotto alla lastra immobile dell’acqua. Se mi buttassi? Ora, spogliandomi di tutti i vestiti, come di tutte le paure. I pensieri, i sogni, le cicatrici. Via tutto. Delicatamente come se stessi eseguendo un rituale sacro. E poi dentro.
Sto riflettendo queste immagini nella retina interna dei miei occhi e mi gusto il mio piccolo cortometraggio. Ho questo vizio dannato di potermi creare e ricreare milioni di stracci di vita solo con la mente.
Apparenti pezzi di giacca sgualcita riuniti in un sontuoso abito luccicante di seta e di schiffon. Tenuto insieme dalla meticolosa mano della fantasia che cuce e ritaglia ciò che più la ispira.
Mi sento fortunata. Credo sia un pregio. Anche se molto spesso non riesco a tenere abbastanza salda la presa alle briglie della mia mente. E allora quella scappa via verso strade che non andrebbero imboccate. Facendo un gran casino.
Sono ancora qui, sul molo. Le luci in lontananza sembrano piccole lucciole immobili. Dentro di loro si muovono famiglie e persone, che fanno cena, guardano la tele, lavano piatti o fanno l’amore. C’è anche una donna che ascolta la musica sul letto, ne sono sicura. alzo la mano e faccio come per accarezzargli il viso dolcemente. Sono sempre qui a soffermarmi sul mio di dolore, sui miei di dispiaceri, problemi, difficoltà. Eppure chissà quanti al mondo avrebbero il mio stesso bisogno di amore. Se solo potessi raggiungerli. Peccato che in questo momento senta tutto lontano, come quei pesciolini sotto il mare. Dovrei avere il coraggio reale di buttarmi, correre verso so di me e abbracciarmi. Basta.
Perché la vita è un po’ così: troppo breve per trovare la felicità e troppo lunga per un’esistenza sopportabile.
Quindi conviene fare così: soffermarsi il più possibile sugli istanti. E punzecchiare con la mente ogni atomo, ingrandirlo, disegnarlo su carta e renderlo eterno per quel secondo in cui è vissuto. Scrivo scrivo e scrivo ma in realtà tutto ciò non lo riesco ad attuare. Rimango vittima del tempo che passa perché aspetto con ansia che trascorra.. Anche se non ho alla fine nessuno obiettivo in attesa, per il quale dovrei aspettare. Così proseguo a camminare lungo questo molo e provo a picchiare i piedi nell’acqua tiepida. Che bello, la superficie si increspa e forma tante linee bianche. I miei piedi non ci sono più, potrebbero mangiarli i pesciolini… Ma sono già scappati. Respiro la salsedine come fosse nettare. Lecco la punta delle labbra. Sorrido perché essere me è una disdetta.
E forse la felicità è anche questa.

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