Come la plastica uccide la fauna marina

Ora che i batteri «mangia plastica» hanno avuto il loro momento di notorietà, sembra che lo smaltimento dei poliesteri non sia più un sogno così lontano, a mentre noi, produttori di questo materiale, ne conosciamo la pericolosità in certe situazioni, non è altrettanto per gli animali.
Per fare un esempio banale, pensiamo a un bimbo di due anni mentre gioca con le bambole e con le riproduzioni colorate dei cibi che fanno da accessori. Non è raro che il piccolo se li metta in bocca, pensando di sentire il sapore che associa a quella forma; se la mamma è attenta, però, non gli succederà nulla. Peccato che agli animali nessuno lo possa spiegare: è noto ormai il caso non raro della tartaruga marina che, in cerca di meduse, trasparenti e leggere, le confonda con un banale sacchetto della spesa finito in acqua. Non si tratta tanto di avvelenamento quanto del fatto che lo stomaco, non possedendo enzimi in grado di spezzare le molecole sintetiche, non può eliminare i pezzi ingeriti. Rimangono perciò lì, nell’addome, senza che l’animale se ne possa liberare. Più plastica ingerisce, più lo stomaco si riempie e meno spazio rimane per il cibo vero.
A questo proposito, gli eventi più strazianti riguardano alcuni uccelli di mare, tra cui gli albatross, i quali spesso finiscono per ingoiare piccoli oggetti sintetici, ingannati dal colore. Pur sentendosi poi pieni, nel vero senso della parola, si indeboliscono sempre di più, poiché non sono più in grado di nutrirsi. Il loro ventre è sul punto di esplodere per il carico di perline, schegge provenienti da boe, accendini, tappi di bottiglie. Non passa più niente di nutriente, mentre quella spazzatura si accumula. Così non è raro ritrovare gli albatross sulle spiagge, appesantiti da quel carico di cui ignorano l’origine; neppure di volare sono più in grado, paradossalmente troppo pesanti in questa morte così lenta, che è dovuta alla fame.
Finché è un uccello è facile voltarsi dall’altra parte, ma se si trattasse di un bambino, forse un po’ di senso di colpa verrebbe a galla dentro di noi. Pensiamoci: mangiano plastica per errore, o perché ormai è talmente abbondante nelle acque che non gli è rimasto più nulla da ingoiare, una volta che i pesci scompaiono per l’inquinamento? Un documentario recente, “A plastic ocean”, illustra queste e altre problematiche legate alla presenza di scarti e imballaggi negli oceani, dove i frammenti di plastica sono talmente numerosi da essere pari al plancton per numerosità. Un paio d’ore di proiezione, ma ben spese: è una storia, quella dell’inquinamento, che tutti conosciamo per sommi capi, ma che nei dettagli, diventa terrificante.

La Voce che Stecca

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