La luna, anche quella notte, non c’era

La fabbrica era così grande e pulita, così misteriosa che uno non poteva nemmeno pensare se era bella o brutta.
Era facile che Michelle si trovasse lì, quando non sentiva niente.
Le piaceva recarsi in luoghi che abbracciassero i suoi stati d’animo. Del resto non aveva amici, non aveva sfoghi. Il suo piccolo paese non era molto abitato e, quei pochi abitanti, erano vecchi o animali vecchi. A lei piacevano gli animali, ma non voleva influenzarli con i suoi brutti pensieri, i
 suoi umori sconnessi.
Lei pensava che fosse soggetta all’influenza della luna. Le notti in cui non si vedeva, coperta dalle nubi o dallo smog, pure lei si sentiva assente.
Oggi i suoi genitori l’avevano picchiata, di nuovo, questa volta con la cinghia. Tutto questo perchè lei si era rifiutata di concedersi alla corte di un altro dei soliti omuncoli brutti, viscidi e appiccicosi nella loro ricchezza materiale. Tutti con gli stessi occhi liquidi come pozze di fango che si accendevano di sporco desiderio animale quando le guardano il collo affusolato e i ricci castani.
Su quell’uomo aveva contato ben trentacinque diversi orrori. La pelle era giallastra, costellata di punti neri e macchioline marroni. Non aveva che quattro peli unti in testa.
Ma la mamma aveva ammiccato, mentre la vestiva da donnina aitante: «
Questo è un pezzo grosso Michelle! Ci tirerà tutti fuori dalla miseria! Guardalo, guarda che belle tasche gonfie che ha! Ah ti regalerà un anello con un rubino enorme fiorellino mio! E la torta sarà di fragole e panna come hai sempre sognato!». «Come tu hai sempre sognato» si strozzò in gola anche questo pensiero, la docile Michelle. Le dispiaceva deludere i suoi genitori. Soffriva nel vederli sgobbare per poter portare qualcosa da mettere sotto i denti. Ma lei non voleva assolutamente sposare nessuno. Lei voleva viaggiare. Andare via e studiare, trovarsi un bel lavoro e poi sì, portare via tutta la sua famiglia da quella fossa di posto.
Pensava a tutto ciò mentre osservava la fabbrica sbuffare.
Era una giornata grigia.
Michelle si sentiva grigia. Anche se in realtà era viola di lividi.
Aveva sputato in faccia a quel mostro di essere umano, se così si poteva catalogare.
La fabbrica non era né bella né brutta. Era sola e imponente. Come Michelle. Aveva in progetto grandi cose, ma era bloccata lì.
Si era fatto buio, la luna, anche quella notte, non c’era.

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