Gaber ci raccontava i comunisti

Parliamo di «Qualcuno era comunista», pubblicata nel 1992 nell’album «Il teatro canzone», un monologo di assoluta bellezza e intensità, malinconico, commovente e allo stesso tempo ironico e pungente. Gaber e Luporini rappresentano la loro generazione, quella che ha fatto gli anni ’60 e ’70, la generazione che non è stata solo ideali e rivoluzione, come spesso propinato, ma anche moda e opportunismo.
Il monologo inizia con un Gaber titubante, messo alle strette da domande alle quali non vuole o non può rispondere e con la paura di dire qualcosa ormai fuori moda, di passato. Un passato vinto, lontano, «di cui non parla più nessuno”. Tuttavia non può tirarsi indietro e  comincia una slavina che attraversa le maggiori (ma anche, decisamente, minori) istanze della sua generazione e di coloro che dicevano di essere comunisti. “Qualcuno era comunista perché gliel’avevano detto [..] qualcuno era comunista perché prima era fascista”, Gaber dileggia questi comunisti, fornendo di essi una rappresentazione molto più semplice e meno idealista. Comunisti si diventava «perché il nonno, lo zio, il papà.. », le ragioni sono le più disparate e insensate. L’ironia domina e Gaber la cavalca come solo lui sa fare.
Poi il sarcasmo si arresta e viene sopraffatto dalla malinconia e dall’inquietudine. Perché forse qualcuno era comunista per qualcosa di realmente intimo e profondo, «perché pensava di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri, perché sentiva la necessità di una morale diversa […] perché forse era solo una forza, un volo, uno slancio […] un desiderio di cambiare la vita». Perché, in fondo, qualcuno che ci credeva veramente c’è stato e la vita l’ha vissuta così, per quel sogno, per quell’ideale, per quell’utopia.
Tuttavia, il punto più alto Gaber lo raggiunge, come sempre, nel finale. Gli ultimi due minuti sono di sofferenza pura. Sì, perché qualcuno «con accanto questo slancio era più di sé stesso» e, se da una parte c’è«l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana», dall’altra c’è «il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo». Perché il sogno è finito e non rimangono che «due miserie in un corpo solo». Il comunista dipinto come un gabbiano solo potenziale, un sognatore a cui è morto il proprio sogno. Un’immagine, quella del gabbiano, che toglie il fiato, tanto bella quanto struggente. E il finale fa male, malissimo, un pugno a chi ci ha creduto e a chi, ancora, ci crede.

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