Il popolo curdo, 97 anni di promesse tradite

I curdi sono un gruppo etnico che abita in parti degli attuali stati di Turchia, Iraq e Siria, in un’area chiamata spesso Kurdistan.
Attualmente si stima che esistano circa 30 milioni di individui riconducibili all’etnia curda, i quali ciclicamente hanno richiesto in modi più o meno pacifici di poter ottenere un territorio nel quale stabilire un proprio stato, e di governarlo secondo un ideale socialista di uguaglianza.
Dall’ agosto 1920, infatti, ovvero dal fatidico Trattato di Sèvres con il quale le potenze vincitrici della Grande Guerra si spartirono potere e influenze in quello che era oramai l’ex Impero Ottomano, i curdi aspettano che la comunità internazionale mantenga la propria promessa di costituire uno stato per quello che è il più grande, e più ignorato, popolo senza terra del mondo.
La stragrande maggioranza dei curdi è stanziata in Turchia ed è da qui che si deve partire se si vuole ricostruire la vicenda moderna di questo popolo.
Nel 1971 venne a costituirsi infatti nella penisola anatolica il PKK, ovvero il partito curdo dei lavoratori, di ispirazione marxista-leninista, il quale aveva tra i propri obiettivi (condivisi con altri partiti curdi iraniani e siriani) la costituzione di uno stato curdo.
Inizalmente, il PKK riuscì a ottenere un buon numero di consensi, ma dal settembre 1980, anno del golpe con cui l’esercito prese il potere in Turchia, venne dichiarato illegale, così come illegali divennero anche la lingua e la diffusione della cultura curda.
Nonostante nel 1984 la Turchia formalmente ritornò a essere un regime democratico (sebbene con forti ingerenze da parte dell’esercito), il PKK non intravedette spiragli di luce per la questione curda e scelse la via della lotta armata, spesso finanziata anche dal traffico di stupefacenti nei paesi europei.
Nella Turchia cominciò quindi un periodo di grande instabilità caratterizzato da attentati dinamitardi da un lato, e da una repressione che sfociò in eccidio dall’altro. Si calcola che le vittime del conflitto furono non meno di 40.000.
Durante questi anni, in Iraq si era costituita intanto una regione autonoma (ma dipendente dallo stato centrale) chiamata Kurdistan Iracheno e smaniosa di perpetrare il sogno indipendentista, tanto ricca di petrolio e denaro, quanto malvista dalla popolazione irachena.
La scintilla che riaccese la miccia della speranza dei curdi fu però il conflitto siriano del 2011. L’instabilità del potere di Basher al-Assad causò la discesa nel campo militare del braccio armato del partito curdo siriano PYD, il quale, cullando il proprio ideale, cominciò a combattere duramente il regime, riuscendo a conquistare diverse città e territori.
Presto, comunque, la confusione geopolitica siriana favorì la nascita di gruppi di combattenti islamisti che divennero ciò che conosciamo come ISIS.
Consci e consapevoli che tra loro e il loro sogno di libertà si frapponevano solo i combattenti dello Stato Islamico e soprattutto che la sconfitta della loro rivoluzione avrebbe causato le più indicibili repressioni da parte degli stati da cui fuggivano, i curdi si organizzarono per combattere il nuovo nemico e (con l’appoggio occidentale) ottennero risultati clamorosi, risultando decisivi se non per la sconfitta militare, che arriverà a breve, quantomeno per la decimazione dell’organizzazione terroristica più potente della storia.
La domanda sorge spontanea: come reagirà la comunità internazionale a questi successi? Si ricorderà finalmente di quella promessa infranta 97 anni fa a Sèvres concendendo ai curdi il loro tanto agognato (e meritato) stato, oppure volterà loro le spalle rischiando di causare una delle più grandi repressioni della storia umana?
Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

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