Ai Narcos piace fare affari con gli italiani

Medellin, Cali, Sinaloa, El Gulfo, Pablo Escobar Gaviria, Joaquín Guzmàn Loera, ‘Ndrangheta, Los Zetas, Ismael Zambada, Tijuana. Se queste parole non vi dicono assolutamente nulla, le alternative sono due: o vivete sulla Luna, o fate finta di non sapere. Questi sono alcuni nomi, i più conosciuti e importanti, del narcotraffico mondiale. Produttori e gestori, o ex, del più grande smercio di cocaina, marijuana, metanfetamine e armi del pianeta. Sebbene sia di grande impatto mediatico discutere e romanzare sulle enormi ricchezze accumulate da queste organizzazioni (si calcola che il patrimonio di Escobar arrivasse a 30 miliardi di dollari) forse sarebbe più appropriato cercare di capire come si è arrivati a tanto.
Povertà, violenza, attentati e coollaborazione delle istituzioni sono il fil-rouge che collega le storie di tutti i narcos. Solo in Messico, dal 2009 i morti legati alle lotte interne al narcotraffico sarebbero stati circa 60.000, approssimati per difetto e deceduti nei peggiori modi. Per capirci, come se fosse sparita nel nulla una città della grandezza di Cuneo. I cartelli, infatti, sono tristemente famosi per la loro megalomania e, sebbene non disdegnino torture, stupri, sparatorie, bombe ed attentati, i loro omicidi preferiti avvengono per decapitazione, il tutto filmato e postato in rete per suscitare ancora più terrore.
Tutti questi gentiluomini e le loro associazioni sono accomunati dal fatto di essere nati e prosperati in Messico e Colombia, ma cosa più importante, dalla capacità di intrattenere proficue relazioni con le organizzazioni criminali del nostro paese. Diceva Guzmàn: «Mi piace fare affari con i calabresi, sono più affidabili e puntuali dei colombiani”. Sono infatti le ‘ndrine a detenere il record europeo per l’import-export degli stupefacenti grazie ai loro rapporti privilegiati con i cartelli di Sinaloa e dei Los Zetas, oramai noti alle Forze dell’Ordine grazie a splendide operazioni congiunte con i colleghi centro-americani che hanno portato dal 2009 ad oggi a centinaia di arresti, gli ultimi diciannove solo pochi giorni fa a Roma. Si calcola che il loro giro di affari si attesti intorno ai 33 miliardi di euro annui.
Sono gli attori principali del narcotraffico di casa nostra, che vanta il triste primato di paese europeo con più consumatori di cocaina. Infatti, si stima che sia stata assunta da 3 milioni di italiani almeno una volta nella vita, ovvero il 7.6% del totale , mentre almeno il 32% dei nostri connazionali ha fumato cannabis (dati «La Stampa»). La maggior parte di questi prodotti, e da qui la comparazione di due sostanze così diverse eppure così simili, giungono nel nostro paese da Colombia e Messico, dopo essere stati lavorati con sostanze come acido solforico, carbonato di potassio e kerosene, per creare sempre più dipendenza nel consumatore.
Da anni, infruttuosamente, in Italia si cerca di dibattere sulla legalizzazione e il monopolio statale sulle droghe leggere: in un paese in cui un cittadino 3 ha provato almeno una volta la cannabis ( se non siete voi che leggete, allora è vostro figlio, vostro padre, vostro fratello) il discorso andrebbe affrontato, per tagliare i guadagni delle cosche, oltre che per controllare filiere e produttori. Diverso è il discorso che riguarda la cocaina: subdola,letale. Andrebbero organizzate lezioni nelle scuole per spiegare ai ragazzi come evitare di finire nel vortice del consumo di sostanze simili, alcool incluso. In Italia, però, dove non si possono neppure conoscere i dati delle analisi sul consumo di droghe da parte dei membri del Parlamento, non resta che affidarsi alle singole persone: se non volete evitare le droghe per il vostro bene, pensate a quanto le narcomafie guadagnino dalla vostra debolezza e fatevi salire una sana incazzatura, perché siete complici del loro sistema.

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