Il protezionismo premia solo in termini di consenso

L’imminente uscita di scena del Regno Unito in ottica europea non può passare inosservata e certamente non lo è passata a quella fetta consistente di politica nostrana che fa del populismo il suo punto di forza.
Ebbene sì, da qualche tempo a questa parte, la nostra eccellente classe politica ha cominciato, o ripreso, a parlare di protezionismo. Lo ha fatto anche con voci autorevoli, come quella del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che in più occasioni ha auspicato la formazione di una rete di imprese e istituzioni nazionali come risposta all’investitore straniero. Nota la levata di scudi, guidata dallo stesso Calenda, quando la francese Vivendi tentava la scalata a Mediaset.
In fondo è difficile resistere al richiamo del protezionismo, soprattutto quando intonato e orecchiabile. Proprio come quello di Donald Trump che quotidianamente non manca di ricordare come: «Lo Stato-nazione resta il vero fondamento della felicità e dell’armonia» con buona pace della globalizzazione, del libero mercato e degli entusiasmi dei decenni appena trascorsi.
Eppure il protezionismo non suona sempre bene. Anzi, nonostante i sostenitori della lotta al libero mercato offrano spesso ragioni economiche per spiegare la propria posizione, evidenziando, tra le altre, la scarsità di risorse e l’esigenza di difenderle da investitori stranieri e lavoratori immigrati, spesso a motivarli sono ragioni non razionali, ma psicologiche e sociali, profonde e forse sottovalutate.
Sarebbe invero semplicistico ridurre il fenomeno alla cerchia dei più vulnerabili da un punto di vista economico, come i disoccupati. Data la posizione precaria, si potrebbe dire che questi siano anche gli individui più timorosi di perdere nella competizione con chi viene da fuori.
Tutt’altro, il canto della sirena attrae un pubblico molto più vasto e a dirlo sono i numeri. Prendiamo in considerazione due recenti esempi: la Brexit e l’elezione di Trump. Nel primo caso il 59% degli elettori del «leave» si è verificato provenire dalla classe media. Negli Stati Uniti, invece, i sondaggi hanno mostrato come non ci sia un nesso tra la debolezza economica e l’appeal di The Donald. Gli elettori di Trump non hanno in media stipendi o redditi più bassi degli altri e non soffrirebbero in misura maggiore la disoccupazione. Al contrario, sono spesso bianchi e benestanti.
Tornando al tema centrale della discussione, il protezionismo non cade dal cielo, ma è un’opzione politica vera e propria, della quale conosciamo perfettamente i limiti e gli effetti devastanti sul benessere e sulla prosperità delle nazioni nel lungo periodo. Tuttavia, è un’opzione rassicurante, una pericolosa illusione che sta tornando di moda e che avrà inevitabilmente successo.
All’origine della schizofrenia che porta consapevolmente a privilegiare scelte controproducenti ci sono questioni di consenso, prima di tutto, che si confrontano necessariamente con l’ansia del benessere della classe media occidentale.
L’apertura agli scambi, la competizione, l’innovazione tecnologica sono soluzioni controintuitive rispetto al bisogno di protezione che si avverte quando le cose non vanno bene. Il protezionismo non è efficace, ma è rassicurante e come tale premia in termini di consenso.
Eppure le ragioni della società aperta, i vantaggi della libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone sono gli stessi di sempre. Neanche la retorica dei vinti della globalizzazione può ragionevolmente sostenere l’efficacia di muri, dazi e barriere commerciali come volano di ricchezza e benessere: il protezionismo non funziona e non è mai servito a nulla.
Il protezionismo servirebbe ancora meno oggi. L’attualità vuole che le imprese acquistino materie prime e componenti da fornitori globali e mettono sul mercato prodotti che sono a tutti gli effetti prodotti globali, con la scomparsa delle filiere produttive nazionali. Quindi, nessuno trarrebbe vantaggio dal protezionismo, men che meno noi, dal momento che la quota di mercato internazionale per le imprese italiane è molto elevata.
In conclusione, dunque, si torna al punto centrale: se il protezionismo è un’opzione politica alla quale è possibile rispondere con dei sì o dei no, a emergere oggi è l’assenza di una vera alternativa politica che difenda le ragioni dell’apertura rispetto alla chiusura, della libertà rispetto ai nazionalismi.

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