Il Segretario dell’Energia di Obama: «C’è bisogno di scienziati in politica»

L’università di Padova, in un ciclo di incontri in ambito scientifico, ha ospitato Ernest Moniz, professore emerito di fisica del MIT di Boston e Segretario dell’Energia dell’amministrazione Obama. Nel suo intervento ha toccato due temi centrali: produzione di energia e cambiamento climatico.
Il primo grafico che mostra è significativo, con fonti e utilizzo dell’energia a livello globale in previsione per il 2030: si nota che petrolio, carbone e gas naturali produrranno energia per ben 18 volte in più rispetto a quella prodotta tramite le centrali nucleari. A seguire, purtroppo con pochissima incidenza, le rinnovabili: biomasse, idrogeno, geotermica, eolica e solare (queste ultime due praticamente irrilevanti).
Dall’altra parte abbiamo i consumi: l’energia consumata dalle abitazioni è una piccola parte rispetto a quella usata da industria e i trasporti. La questione è che le aziende industriali hanno bisogno di lavorare con processi ad altissime temperature.
Tra i problemi climatici, cita l’aumento di temperatura media del pianeta. Molte aree del pianeta potrebbero finire sott’acqua e non tutti hanno i mezzi finanziari per difendere le città dall’innalzamento dei mari: per evitare tutto ciò non basta lo sviluppo della tecnologia. Bisogna partire da quello, ma il cambiamento deve partire dal modo di fare industria, con una politica che spinga verso le rinnovabili, fino all’educazione dei cittadini e dei consumatori a una consapevolezza dell’utilizzo delle nuove tecnologie. Deve esserci un tavolo multidisciplinare tra politica, ricerca e industria per evitare le sciagure del cambiamento climatico.
La soluzione principale è eliminare il carbone, che immette enormi quantità di CO2 nell’atmosfera, sviluppando tecnologie per ogni singolo settore (industria, trasporti, ecc)  che riducano le emissioni, abbandonando progressivamente le fonti fossili. Questo si può ottenere rendendo più efficienti dal punto di vista energetico le industrie e le città abitate, anche in previsione all’aumento progressivo di popolazione mondiale, oltre a sviluppare la questione dei carburanti nel trasporto: non si esclude uno sviluppo dell’idrogeno in questo campo.
Gli USA hanno studiato e messo a punto uno scenario per il loro futuro: intorno al 2035 carbone e petrolio scompariranno, l’energia prodotta da loro si avrà tramite il gas; nel 2065 il gas scomparirà in favore dell’energia nucleare (attualmente sei centrali in costruzione nel mondo), che dà meno emissioni di co2 del gas, con aumento progressivo delle rinnovabili fino al 2100. Ci saranno nuovi problemi ambientali per lo smaltimento, ma c’è tempo per migliorare la tecnologia nelle fasi critiche del processo, ovvero riscaldamento, raffreddamento e smaltimento, che sono più pericolose della fissione in sé dentro il reattore.
In conclusione, si dice convinto che la politica può fare molto, perché è il soggetto che decide le regole del gioco. C’è bisogno anche di scienziati che si interessino di politica, non dice che tutti debbano diventare ministri, ma ci sono sicuramente molti modi per contribuire. E’ vero che Trump ha preso decisioni che non vanno nel verso giusto, ma una cosa importante è che, il giorno dopo l’annuncio di Trump sulla volontà di revocare l’accordo di Parigi, molti governatori di stati Usa hanno fatto dichiarazioni che vanno contro questa decisione centrale: segno che la volontà di cambiamento c’è, anche da parte di molte aziende e andrà avanti inesorabile.

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