Giornalisti che si candidano: facciano il loro mestiere

È risaputa la fondamentale necessità di attuazione della separazione dei poteri all’interno di una democrazia, una meravigliosa creatura a tre teste che perseguono lo stesso obiettivo di bene comune e rispetto dei principi costituzionali, ma in piena autonomia, senza (almeno sul piano teorico) mai interferire, scongiurando il pericolo di accentramento tipico di un’autorità dittatoriale che sottopone a sé tutti gli organi fondamentali dello stato.
Oltre al legislativo, esecutivo e giudiziario, che sono quelli canonici teorizzati dalla dottrina illuminista, un sistema democratico che merita appieno quest’aggettivo si fonda anche su un quarto pilastro indispensabile per la sua tenuta: l’informazione. I giornalisti sono chiamati a esperire una funzione di controllo molto severa su Parlamento, Governo e Magistratura, seguendo con attenzione la loro condotta e divulgando al popolo le loro azioni, attenendosi con imparzialità e obiettività alla realtà dei fatti. Stampa, televisione e web dovrebbero essere gli alleati più fedeli dei cittadini, i loro occhi e le loro orecchie nei cosiddetti palazzi del potere, lì dove le cose accadono.
Tutti sappiamo che quando uno dei tre poteri essenziali sconfina nelle competenze di un altro (come esempio portiamo il Governo che svolge in maniera impropria la funzione legislativa con l’abuso della decretazione d’urgenza) questo desta scompiglio e si invocano rimedi. Viene da chiedersi, perciò, come gestire la compenetrazione tra quarto pilastro e Parlamento; nella fattispecie, ci si domanda come accogliere la notizia della volontà di candidatura tra le fila del Movimento 5 stelle di due professionisti come Gianluigi Paragone ed Emilio Carelli. I due si sono espressi disponibili a partecipare alle selezioni online, in seguito all’apertura di queste non solo agli iscritti certificati, ma anche a conclamate personalità della società civile. Carelli che si accosta ai pentastellati è un colpo di scena in piena regola, dal momento che quasi nessuno avrebbe pensato che, dopo aver costruito la sua carriera in Fininvest, dipendente di Silvio Berlusconi (pur avendo successivamente traslocato sulle reti di Sky) avrebbe messo la faccia a disposizione di una forza politica fuori dalle righe come quella fondata da Grillo.
Da parte di Paragone, invece, un po’ ce lo si aspettava. Egli, infatti, non si è mai sottratto alle posizioni nette, a carte scoperte (fu direttore di «La Padania»), tuttavia senza risparmiare critiche taglienti che gli sono costate più volte minacce di chiusura delle sue trasmissioni ed effettive messe in atto di queste (gli ultimi suoi programmi cancellati dal palinsesto sono stati «Benvenuti nella giungla» su Radio105 e «La Gabbia» su La7).  In tempi recenti aveva già esposto la sua vicinanza al Movimento con dichiarazioni, post sui social network e partecipazione e conduzione di eventi targati 5 stelle.
Una delle tante magagne italiche, forse quella che le sovrasta tutte, è un malato sistema d’informazione infettato da interessi e faziosità: ci sarebbe, dunque, da riflettere sulla scelta di questi due giornalisti. Se desiderosi di mettersi al servizio del paese, dovrebbero procedere nell’esercizio della loro professione, con l’obiettivo di riformare la classe di cui fanno parte conferendole affidabile imparzialità e non rendendosi partigiani di una fazione: se c’è qualcosa di cui proprio non necessitiamo è un addetto all’informazione apertamente paladino di una parte, soprattutto se, terminati gli eventuali due mandati, tornerà alla precedente vita lavorativa. 

Un pensiero riguardo “Giornalisti che si candidano: facciano il loro mestiere

  • gennaio 9, 2018 in 1:43 pm
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    Il sistema dell’informazione è pieno di magagne mica solo in Italia (si veda le ambizioni di Oprha negli USA) l giornalisti, almeno quelli impegnati (Gabanelli), in teoria potrebbero essere una risorsa in parlamento, ma da Montanelli alla legislatura terminata (in cui c’erano nomi di rilievo, i giornalisti non hanno mai inciso politicamente (vedi solo i temi dell’ordine è dell’etica). Quanto al caso specifico del M5S non vedo il punto. Per come è strutturata la legge elettorale certi nomi sono indispensabili al marketing politico. Ma dato che il M5S è per un ridimensionamento della democrazia rappresentativa a favore della crescita di quella partecipata, non vedo il problema di una manciata di eletti.

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