I partiti sanno che nessuno vincerà le elezioni

Nihil sub sole novum. A maggior ragione in tempo di campagna elettorale, ma, come si suol dire, c’è un limite a tutto.
Sono trascorse appena due settimane dal via alla nuova corsa elettorale e molti di noi si augurano il 4 marzo arrivi in fretta, saturi delle proposte fabbricate quotidianamente dai diversi partecipanti.
Intanto può essere utile capire perché questa tornata elettorale si sta caratterizzando fin da subito per l’alto grado di proposte enormemente demagogiche, ad un livello nuovo e per certi versi sconosciuto anche per l’Italia.
La risposta è molto semplice e si trova nel paradigma della scelta razionale: ogni soggetto, quindi anche le forze politiche, cercherà in primo luogo di perseguire il proprio interesse, interesse che per questa tipologia di soggetti è l’accaparramento del massimo numero di voti.
L’involuzione perversa che vediamo oggi è il frutto dell’interazione di questo assunto con il contesto istituzionale esterno, rappresentato dalla legge elettorale.
Legge elettorale che per 2/3 è proporzionale e che quindi sfavorisce l’esistenza di maggioranze stabili.
Di nuovo: è sufficiente questo? No.
Per arrivare alla combinazione letale serve una terza componente, rappresentata dai sondaggi che, fino alla settimana scorsa, mostravano l’impossibilità per tutte le forze politiche, anche in coalizione, di ottenere una maggioranza di governo stabile.
Ecco come la combinazione di questi tre fattori ha creato la situazione assurda che stiamo vivendo in questi giorni: tutti i partiti sono consci dell’impossibilità di vincere le elezioni. Tuttavia, se il loro scopo è per l’appunto quello di raccogliere voti, ecco che nel contesto descritto i partiti sono spinti a promettere letteralmente qualsiasi cosa agli elettori, consapevoli che non
dovranno mai renderne conto agli stessi.
A questo quadro nelle ultime ore si sta però aggiungendo una variabile. A forza di promettere, gli italiani ci stanno credendo.
Secondo gli ultimi sondaggi, almeno una coalizione, nella fattispecie quella di centrodestra, sta raggiungendo la soglia della governabilità.
Soglia che dista ancora qualche punto percentuale, ma che diventa via via più verosimile considerato l’interesse di più forze politiche che cercheranno di aggregarsi alla coalizione vincente
con l’avvicinarsi delle elezioni. La logica sopra descritta, nel momento in cui posso aspirare a governare, cambia completamente e il rischio concreto diventa quello di dover fare effettivamente quanto sto promettendo a “destra” e
a manca.
Eventualmente resterà sempre la possibilità di scaricare la colpa sulla Germania, sulle regole rigide imposte dall’Ue che effettivamente e giustamente impediscono grossi deficit di bilancio, o ancora
sulla speculazione internazionale (magari di qualche banca tedesca).
Questa carta, però, il centrodestra se l’è già giocata in passato e alla fine potrebbe diventare poco
credibile.
La contromossa è quindi quella delle puntualizzazioni. Si promette di riformare la legge Fornero, salvo dopo due giorni puntualizzare a mezzo stampa che la riforma in realtà “non è tutta da buttare e si possono fare eventualmente alcuni miglioramenti”. Si promette di eliminare il Jobs act, salvo puntualizzare dopo due giorni che anche questo tutto
sommato non è da buttare, che verrà di nuovo migliorato e che di certo non verrà reintrodotto l’articolo 18. Per arrivare alla famigerata introduzione della flat tax.
Agli italiani non resta che attendere il 4 marzo, con l’intrattenimento del Circo Barnum elettorale e un occhio di riguardo ai conti reali di un Paese per il quale c’è chi ha fatto qualcosa di bene, chi praticamente nulla e chi ha persino fatto male.

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