Come ti ammazzo la sinistra

Non sono tempi buoni per i movimenti di sinistra del vecchio continente e lo si vede ovunque si possa posare lo sguardo.
In Francia i socialisti sono stati annullati, in Germania la Spd dopo qualche lieve scaramuccia, ha dovuto sopperire alle pressioni e partecipare all’ennesimo governo di Grosse Koalition con Angela Merkel, mentre, per quanto riguarda la Gran Bretagna, complice la Brexit, non si può certo dire che Corbyn possa essere la nuova guida illuminata del movimento europeo.
Che dire poi di Alexis Tsipras e della sua Syriza, che avrebbero dovuto ribaltare le sorti dell’ Unione Europea?
Sparito dai radar, volatilizzato, bloccato dai diktat di una Troika che tiene sempre più al guinzaglio la Grecia a suon di prestiti e Spread nonché sicuro perdente alle prossime elezioni.
In una parola, kaputt.
Ma parliamo di casa nostra.
Il Partito Democratico (perdonateci l’accostamento con la parola «sinistra») che avrebbe dovuto rappresentare le forze di ambito progressista, è sceso nel baratro delle percentuali che cominciano per uno, dopo aver crocifisso malamente Bersani al raggiungimento di un ben più onorevole 25%, qualche anno fa. Sembra un po’ troppo semplicistico ridurre tutto a questioni di populismo e assistenzialismo.
L’Italia è spaccata in due tra regioni blu e gialle, tra chi crede nel mito della flat tax e chi nella favoletta del reddito di cittadinanza (che in altri paesi funziona e bene, ma che sembra di difficilissima realizzazione in Italia), e questo perché la sinistra, che storicamente dovrebbe stare vicino alle classi più deboli, incredibilmente non aveva proposte più credibili di quelle avversarie.
Un partito di sinistra, infatti, non può scordarsi di lottare per l’uguaglianza, per la gestione pubblica delle risorse più importanti, per il diritto al lavoro, per un fisco con aliquote progressive che faccia pagare di più a chi più possiede, per una scuola che garantisca un uguale accesso a tutti e un uguale trattamento, per il recupero delle aree disagiate e per una sanità funzionante.
Invece, il PD è clamorosamente diventato il partito dell’establishment, dei poteri forti e delle classi agiate nonché degli over 65 nostalgici di un passato che non c’è più.
Per spiegare la crisi, basterebbe proporre un grafico sul progressivo scolorimento di quelle regioni che una volta rivendicavano con forza il rosso come l’ Emilia Romagna.
Il Partito del Nazareno non è stato in grado di attrarre a se i voti degli insegnanti, degli operai e degli impiegati, che sono finiti, giocoforza, nelle casse del Movimento 5 Stelle e della Lega, e ne ha pagato dazio.
Questo perchè negli anni in cui ha governato (praticamente dal 2011 a ora) non è stato in grado di ascoltare le esigenze delle classi deboli, proponendo misure dal contenuto discutibile come Job Act e Buona Scuola, senza tralasciare gli anni di una austerity europea puntualmente dribllata quando si trattava di recuperare in fretta e furia 20 miliardi per il salvataggio di una banca privata.
Gli errori però sono stati molteplici, a cominciare da un leader incapace di stoppare un ego degno del miglior Luigi XIV, convinto di poter apparire davanti ai suoi iscritti con frasi che ricordano la ben nota espressione: «L’ état c’est moi».
Proseguire commentando una delle peggiori squadre di ministri della storia risulterebbe come sparare sulla Croce Rossa, ma sarebbe riduttivo chiudere un articolo sulla debacle del PD senza citare la Legge Elettorale, scritta con il solo scopo di impedire al Movimento 5 Stelle di arrivare al governo e tanto confusa da sembrare irreale (senza contare i soliti dubbi di costituzionalità).
Bisogna poi soffermarsi sulla gestione delirante dell’emergenza immigrazione, che di fatto ha garantito alla malavita organizzata e agli imprenditori senza scrupoli di insinuarsi nel business dell’accoglienza, con la conseguente consegna di milioni di euro pubblici direttamente nelle tasche di personaggi quanto meno discutibili, senza che la terza economia del Vecchio Continente (non stupitevi, lo siamo) abbia potuto mai provare a fare la voce grossa in seno alle istituzioni europee per il rispetto delle quote di ripartizione, voce che invece è arrivata bella altisonante da paesi come Ungheria e Austria.
L’elettore medio, non è stato insensibile, e complici i giornali i quali non si sono fatti pregare nel gridare all’emergenza sicurezza si è allontanato da chi è stato la causa di tutto ciò.
Per concludere, se le forze di sinistra vogliono realmente ripartire, devono provare a farlo dalle ceneri di questo Pd, e dai suoi errori che gli elettori hanno puntualmente bastonato.
Primi fra tutti, il matrimonio mai digerito con il partito di Emma Bonino, il quale aveva come punto focale del programma la privatizzazione di qualsivoglia apparato pubblico, le costanti divisioni interne e la rottamazione assurda di Pierluigi Bersani, che come nessun altro in tempi recenti seppe fare da collante tra generazioni diverse di elettori di sinistra.

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