La partenza

A passi brevi e senza destare alcun sospetto, sono uscito dalla scuola. Avevo poco meno di un chilometro da percorrere per giungere alla stazione ferroviaria. Non potevo correre il rischio di essere trattenuto da qualcuno o da qualcosa. Ho realizzato quasi subito che il primo treno sarebbe passato da lì a pochi minuti. Pertanto, ho iniziato a correre con tutte le forze che avevo. In quei minuti interminabili, per la prima volta nella mia vita, mi sentivo leggero come se volassi. Nessuna preoccupazione, ansia, pensiero. Non avevo occhi per guardare per l’ultima volta i vicoli dove ero cresciuto e i paesaggi d’intorno. Non c’era tempo o non c’ero più io. Questa pace è stata però interrotta da un impatto violento con non so che cosa. Sono caduto rovinosamente a terra. Appena mi sono ripreso ho guardato in alto avanti a me e mi sono reso conto della presenza del Dott. Lo Bello, il medico pettegolo. Da lì a poco, è iniziata una conversazione che mi avrebbe cambiato la vita. Sapeva tutto di me. Non conosceva solo i miei dati anagrafici e quelli della mia famiglia, nonché il nostro stato di salute, normale per un medico di paese. Sapeva cosa sognavo, con quali siti internet mi masturbavo, come era arredata la mia stanza, il colore delle mie lenzuola e del mio pigiama, cosa leggevo e dove stessi per andare. Ero terrorizzato dall’incredibile precisione con la quale mi aveva inquadrato. Pensavo che nella mia cameretta nessuno potesse entrare. Ero pietrificato ed in quel momento il Dott. Lo Bello mi ha detto d’avermi hackerato. Non conoscevo l’esistenza di quel verbo e cosa esattamente significasse. Sono tornato in piedi con l’aiuto del medico, il quale aveva già pagato il biglietto del treno che stava ormai per arrivare. Prima di salutarmi mi ha detto le seguenti parole: «Non tornare mai più. Fai della tua vita un evento straordinario».
Sono salito sul treno affannato e confuso. Nel giro di pochi minuti avevo picchiato il bullo della mia scuola, scoperto di essere stato spiato per non so quanto tempo, avevo iniziato a scappare. Era troppo per un adolescente di provincia. Dopo pochi secondi ricordo di essermi addormentato.
Durante il viaggio che mi avrebbe portato a Roma ho capito che la mia vita sarebbe davvero potuta essere straordinaria. L’ho capito conversando con una giovane ragazza madre con la quale ho condiviso l’ultima parte di quel viaggio. Teneva fra le braccia una dolcissima creatura di pochi mesi e lei non aveva molti più anni di me. Vederla sola costituiva di per sé, per me, una stranezza. Era scappata di casa quando i suoi genitori avevano tentato in tutti modi di convicerla ad abortire. Condividevamo un destino fatto di fughe, solitudine e speranze. Mi raccontava di come ingenuamente si era concessa all’uomo che l’aveva resa madre e di come questo era scomparso con la stessa velocita con cui era apparso. Mi raccontava le difficoltà quotidiane: lavoro, desideri, bisogni. Percepivo in lei quanto ogni giorno fosse una lotta per essere e per avere. Tutto quanto io avevo dato per scontato non lo era stato, non lo è e non lo sarà mai. Viveva in una casa abbandonata in una delle periferie più malfamate della Capitale. Gentilmente, mi ha offerto ospitalità e, non sapendo dove andare e cosa fare, ho accettato. Sentivo che mi avrebbe inconsapevolmente insegnato molto. Si chiamava Greta ed è per gli Ultimi come lei che ho deciso, più avanti, di iniziare la mia lotta.

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