Maniero e la Mala del Brenta che terrorizzò il Veneto

«Dove sono i morti? I colpevoli? Pagheremo noi per queste cose», queste sono le dichiarazioni di Felice Maniero rilasciate ad un giornalista mentre era in Tribunale aspettando il giudizio in primo grado.
Felice Maniero è un uomo che ha creato e per vent’anni ha guidato un impero criminale e una banda di quattrocento persone che imperversava in Veneto con furti, rapine, sequestri e omicidi. La sua carriera criminale cominciò con lo zio, rubando il bestiame, ma successivamente, negli anni settanta, si diede alle rapine e allo spaccio di droga che in quel momento influiva particolarmente nella società. Per espandere il suo potere strinse accordi con altre bande, tra cui i fratelli Maritan a San Donà di Piave e i Rizzi a Venezia. Oltre al territorio Veneto riuscì a espandere la sua autorità anche in Emilia Romagna con agganci addirittura in Russia e Colombia. Gli accordi nel territorio italiano nacquero non solo per incrementare i profitti, ma anche per controllare le varie realtà criminali del territorio sotto un’unica organizzazione, un unico nome, la «Mala del Brenta», guidata da Felice Maniero «El Toso».
Arrestato per la prima volta negli anni ottanta riuscì a fuggire nel 1987, ma venne riarrestato mentre si trovava sul suo yacht a Capri nel 1993. In seguito a un tentativo di corruzione, nel carcere di Venezia, venne trasferito a Padova, dove proprio grazie ad un agente corrotto è riuscito a fuggire nuovamente con dei complici il 14 Giugno 1994. Passarono solo tre mesi che venne riarrestato a Torino. Dapprima venne condannato a 33 anni, poi ridotti a venti, ma non si farà neanche questi poiché nel 1995 divenne un collaboratore di giustizia e nel 2010 fu scarcerato. Ora vive la propria vita in libertà, se non fosse che ha cambiato nome e volto.
E’ proprio durante gli anni del carcere che venne interrogato più volte dall’ex responsabile della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia, Fojadelli. Intervistato in un’emittente televisiva locale l’ex magistrato dichiara: «Non ci si può ritirare una volta che si fa parte di quell’organizzazione. Questa è l’intimidazione interna e l’omicidio era funzionale al mantenimento della regola interna. Così vennero uccisi i fratelli Rizzi, ormai nemici di Maniero, prima che loro uccidessero lui ». Il silenzio era l’arma con la quale si cercava di dominare il silenzio delle popolazioni del territorio e della stessa banda criminale, e dove mancava regnavano le armi. Sotto i colpi della mitraglietta di Maniero e dei suoi fedelissimi caddero i Fratelli Rizzi, che non volevano più sottostare all’autorità di quest’ultimo. «El Toso » convocò i Rizzi il 10 Marzo 1990 a Campolongo Maggiore, lungo gli argini del fiume Brenta, per compiere una rapina assieme, ma si accorsero troppo tardi della trappola e la mattina del giorno dopo erano già seppelliti lungo gli argini del Brenta.
«C’è stata una volta in cui Maniero mi disse che non era pentito per gli omicidi compiuti, li aveva ordinati tutti lui, se non anche compiuti. Solo di una morte innocente non si da pace, quella di Cristina » disse Fojadelli rispondendo ad una domanda del conduttore. Cristina Pavesi, studentessa universitaria, rimase uccisa sul colpo in seguito a un assalto al treno blindato Venezia-Milano, anche se lei non si trovava in quest’ultimo di treno, ma in quello che da Bologna era in direzione di Venezia. La banda armata esplose dei colpi di Bazooka al vagone blindato mentre stava passando il treno in cui era presente Cristina, così non ce la fece.
Fojadelli continua ricordando il pentimento di Maniero, un pentimento formale ma non sostanziale «La Mala del Brenta è stata riconosciuta come mafia, una storia drammaticamente italiane, che come sempre vede qualcuno al suo interno pentirsi. Maniero ha fatto un finto pentimento, come dimostra la storia di Cristina, per uscire prima dal carcere, facendo arrestare i suoi collaboratori. Lo stato, nel caso di Maniero, è stato incapace di trovare un punto d’incontro tra la punizione e la grazia, optando maggiormente per quest’ultima. E’ vero, tutto ciò non risponde all’etica, ma è servito a molto, difatti oggi quell’organizzazione criminale non esiste praticamente». A preoccupare non è quel «più», ma è quel «praticamente». Difatti, come la banda di Maniero nacque da un singolo paese e poi si espanse in tutto il Veneto e l’Emilia Romagna, perché quel «praticamente» non può diventare altrettanto?. Maniero dichiara che il comando dell’attività criminale potrebbe essersi spostato tra Venezia e Mestre, dove è presente, appunto, il fulcro della criminalità.
Diventando testimone di giustizia Maniero si è creato parecchi nemici, soprattutto tra coloro che sono finiti in carcere, tra cui Pandolfo e Causin, che dovrebbero uscire nel 2021. Lo stesso Fojadelli afferma«Non sento di escludere la possibilità di una vendetta da parte di coloro che Maniero fece arrestare. La latitanza portò all’indebolimento della sua leadership e all’ascesa dei nuovi boss, tra cui Pandolfo che giurò vendetta conto El toso». L’ex boss della Mala, ora sessantatreenne, vive in una località segreta, cercando di vivere una vita tranquilla assieme alla propria famiglia, una vita minacciata da coloro che ha fatto arrestare, per appunto, vivere. Presente in studio, oltre al magistrato Fojadelli, c’era anche la zia di Cristina, la quale disse «Questa è stata una trasmissione vera e ha raccontato chi è Maniero», ed il conduttore rispose «Un criminale».
Così si conclude il cerchio rispetto alla prima domanda di Maniero presente in questo articolo.

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