In Italia si ha paura dei giovani

«L’Italia non è un paese per giovani». È una frase che si sente spesso, soprattutto riferita al tema della disoccupazione giovanile e al fatto che le prospettive per le giovani generazioni non sono certo delle migliori: i contratti di lavoro precari e la pensione post mortem di certo non aiutano i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro e a crearsi un futuro. Certo, la disoccupazione giovanile è altissima e, talvolta, le responsabilità sono anche da attribuire agli stessi giovani che poco fanno per crearsi un futuro. Infatti, se quarant’anni fa un ragazzo con la terza media poteva uscire di casa e trovare un lavoro nella fabbrica dietro casa a spostare scatolette tutto il giorno, oggi, con le nuove tecnologie, questi generi di lavori non sono quasi più possibili e, per lavorare, c’è bisogno di qualche specializzazione in più. Specializzazioni che richiedono tempo, fatica e sacrificio.
L’Italia non è un paese per giovani perché i giovani sono considerati niente quando entrano nel mondo del lavoro. A prescindere dai contratti precari, (già questo indica quanto poco si investa sui giovani e quindi sul futuro) quando una nuova leva entra nel mondo del lavoro è l’ultimo arrivato. L’ultimo arrivato non solo ed esclusivamente in termini di tempo perché effettivamente è l’ultima persona assunta, ma è lo è perché è lo schiavo, lo sfigato di turno. Quello, insomma, che deve fare gavetta. La mentalità italica impone proprio questo: l’ultimo assunto deve lavorare più degli altri, essere pronto come se lavorasse da trent’anni e non sbagliare mai. L’ultimo arrivato non viene visto come una nuova risorsa, come un vento di cambiamento e di idee che possono portare a una modernizzazione dell’ambiente lavorativo, ma è quasi un jolly, da prendere con molta diffidenza (sia mai che porti anche delle malattie) e che deve adattarsi nel più breve tempo possibile alle dinamiche del mondo del lavoro. Questa mentalità vecchia e continuamente restaurativa è tutta italiana: il tipico «si deve fare così perché si è sempre fatto così». 
Niente di peggio di questa esclamazione per rimanere fermi, immobili.
All’estero sui giovani si scommette, in Italia no. Il mondo del calcio è emblematico e rappresentativo della società italiana: mentre le nazionali di calcio estere sono formate per lo più da giocatori la cui età media non supera i 24 anni e da qualche giocatore storico, la nostra nazionale è formata da giocatori storici e qualche giovane (che sta comodamente seduto in panchina). Questo perché non si crede nei giovani, non ci si butta. Molto meglio l’usato sicuro. Lanciare un giovane è un rischio e, per un paese vecchio (non solo anagraficamente ma soprattutto mentalmente) come il nostro l’idea di buttarsi su un giovane è un salto nel vuoto. L’italiano è così: ha bisogno di sicurezza, di quella sicurezza che lo fa stare tranquillo, il nuovo lo spaventa. Non era, però, spaventato Nevio Scala quando lanciò Buffon titolare in serie A contro il Milan a soli 17 anni a scapito dello storico Luca Bucci.

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