Nuovi tagli alla sanità: raggiunta la soglia limite secondo OMS

Carta Costituzionale italiana, articolo 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti (…)».
Così i padri costituenti pensarono al Sistema Sanitario Nazionale, come un qualcosa di pubblico, gratuito e liberamente accessibile a chiunque ne avesse bisogno.
Insomma, essi cercarono di plasmare un paese all’interno del quale la sanità fosse un diritto sociale garantito e tutelato quanto più possibile.
Oggi invece, nel 2018, nel Documento di Economia e Finanza possiamo trovare scritto che in questo paese, l’investimento per la spesa sanitaria scenderà al 6,5% del PIL (37 MLD €), per poi assestarsi al 6,3% nell’anno 2020.
Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), però, la soglia limite per garantire un servizio sanitario di qualità si assesterebbe proprio a quel 6,5% che l’Italia sforerà verso il basso, diventando così uno di quei paesi che meno investono sul settore in Europa.
Basti pensare, in termini di raffronto, che la Germania ogni anno investe almeno il 10% del PIL, coprendo così il 90% del fabbisogno dei cittadini in modo pubblico.
Questo sforamento della soglia del 6,5%, potenzialmente, potrebbe essere un pericolo enorme per un paese come il nostro, che nel corso degli anni ha visto ridursi sempre più drasticamente gli investimenti pubblici nel settore e, soprattutto, che ha visto nell’ultimo anno 12,2 milioni di persone rinviare le cure mediche per motivi economici.
Secondo una ricerca dell’università Bocconi di Milano, i problemi più sentiti dagli italiani sarebbero la lunghezza delle liste di attesa, l’insoddisfazione per le disparità di servizi tra le regioni e persone con redditi diversi, la scarsa assistenza nei confronti degli anziani in un paese che invecchia sempre più e soprattutto i continui tagli a spese e personale, culminati con quell’allarmante dato che parla di 145000 posti letto in meno nel solo 2017.
Risulta poi che la penisola sia letteralmente spaccata in due, con le regioni del nord a trainare per qualità ed efficienza, e quelle del sud a chiudere le fila.
Attualmente, ad esempio, il dato secondo cui in Calabria, Molise e Campania l’obesità infantile raggiungerebbe oltre il 40% della popolazione in età, cozza tremendamente con quelli dei virtuosismi dell’Emilia Romagna, che tramite un meccanismo di promozioni/licenziamenti a livello dirigenziale, è riuscita a raggiungere un livello di avanguardia.
Tutto questo, ovviamente va a vantaggio di tutte quelle strutture e cliniche private che riescono a fornire servizi di qualità a prezzi inaccessibili alle fasce più deboli, e che tendono a rendere la sanità sempre più un servizio per le elites.
È chiaro come l’Italia, da sempre legata ad una tradizione sanitaria tra le migliori al mondo, abbia assolutamente bisogno di impostare un piano di investimenti a lungo raggio nel quale si ristabilisca la centralità del SSN pubblico e gratuito, nel quale si punti sulla qualità della ricerca e dei ricercatori che le nostre università finiscono puntualmente a fornire ad altri paesi, che, come quelli nordici, sanno apprezzarli.
I dati sono allarmanti, ma si è ancora in tempo per invertire la tendenza, ricordando come un mantra il famoso slogan: «quando tutto sarà privato, anche noi saremo privati di tutto».

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