Il piccolo Alfie sarebbe morto anche in Italia

Alfie Evans è spirato il 28 aprile scorso, sicuramente senza essersi minimamente reso conto di quanto lui, un piccolo esserino di nemmeno due anni, abbia scosso l’ Europa negli ultimi mesi.
Aveva una gravissima malattia neurodegenerativa mai esattamente diagnosticata, che secondo i medici dell’ospedale Alder Hey di Liverpool stava lentamente distruggendo il suo cervello. I medici hanno ipotizzato che si potesse trattare di una malattia mitocondriale rarissima, ovvero una patologia ereditaria causata da alterazioni nel funzionamento dei mitocondri, gli organelli che forniscono energia alle cellule, che non avrebbe lasciato scampo al piccolo.
Questa condizione è estremamente debilitante, comporta la comparsa di crisi epilettiche, un grave ritardo mentale e brevi e involontari spasmi muscolari. L’evoluzione della malattia è progressiva e porta al decesso del paziente.
A detta dei medici inglesi, infatti, il cervello di Alfie presentava una situazione irreversibile, la quale non poteva che evolversi nella necessità di staccare la spina dei macchinari salvavita che tenevano vivo, ma in stato vegetativo, il bambino.
Dopo una estenuante vicenda legale, dovuta al disaccordo tra medici e genitori, è toccato ai giudici inglesi porre la parola fine alla vicenda, autorizzando la drastica misura scelta dai medici.
In tutto questo però, anche lo Stato Italiano aveva (come gia avvenuto per la vicenda di Charlie Gard) ritenuto di dover giocare un ruolo, sicuramente spinto da quella istituzione tanto potente quanto influente chiamata Chiesa Cattolica.
La presidente dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma (istituto formalmente di proprietà vaticana, ma finanziato dai contribuenti italiani) Mariella Enoc, infatti, si era subito resa disponibile ad accogliere il piccolo Alfie all’interno della struttura, nonostante sia i medici dell’ospedale stesso, che altri luminari italiani concordassero con le diagnosi dei loro colleghi d’oltremanica.
In tutto questo, poi, i Ministri uscenti Alfano e Minniti, certamente spinti dall’onda sentimentale della vicenda, si sono attivati subito per concedere la Cittadinanza Italiana al piccolo bimbo inglese, sperando di poter sfruttare la libertà di circolazione delle persone all’interno dei confini UE come cavillo per potergli permettere di arrivare in Italia.
Addirittura, è stato allestito un aereo militare con équipe medica a bordo pronto a partire dall’aereoporto di Ciampino a ogni evenienza.
A prima vista, tutto questo potrebbe sembrare una grande dimostrazione di civiltà da parte del nostro paese.
Invece non lo è, ma bisogna analizzare la situazione con quanta più razionalità possibile per capirlo, nonostante sia un’operazione che comporta uno sforzo sovrumano per via della tragicità della vicenda.
In primo luogo, cosa avrebbero potuto offrire in più i nostri medici rispetto a quello che gli esperti di una delle più avanzate nazioni al mondo non avrebbero fatto?
Nulla, e questo si capisce dalle parole degli stessi medici del Bambin Gesù, che concordando con i loro colleghi inglesi, più volte hanno fatto sapere che tutto ciò che avrebbero fatto sarebbe stato continuare la somministrazione di ossigeno, cibo e acqua, fino al sopraggiungimento della morte naturale del piccolo.
Se infatti per Charlie Gard era ipotizzabile un tentativo estremo basato su una terapia del tutto sperimentale, il destino di Alfie Evans pareva oramai scritto, sebbene fosse difficile accettarlo.
Bisogna poi analizzare le mosse politiche del duo Minniti-Alfano, che consegnando di fatto la cittadinanza italiana ad un cittadino britannico sull’onda dell’emozione e delle pressioni vaticane, hanno quantomeno compiuto un passo falso dal punto di vista della diplomazia.
Praticamente, è come se il governo italiano avesse dato degli incompetenti a medici e corti inglesi e, non contento, lo avesse detto anche alla Corte di Giustizia Europea.
Parliamo di retorica ideologica, da parte di un esecutivo che addirittura è riuscito a costituirsi parte civile nel processo contro Cappato, il quale ha l’unica colpa di aver aiutato un uomo tetraplegico e incredibilmente sofferente a raggiungere un paese più civile del nostro. Mettiamoci per un attimo ancora nei panni di quella piccola creatura sventurata: nessun bambino meriterebbe di vivere ciò che ha vissuto Alfie Evans, il quale ha dovuto lasciare la vita a meno di due anni, questa è la sacrosanta verità, però, perchè lo Stato italiano avrebbe dovuto arbitrariamente prolungarne l’agonia (e quella dei suoi genitori) senza poter in concreto offrirgli nulla se non le preghiere del Papa?
In ogni caso, probabilmente, ora Alfie riposa in pace in un altro mondo, lontano dalle sue sofferenze, dai suoi dolori, e nonostante la tristezza di chi scrive, sta meglio così.

Roberto Monaco

Sono nato nel 1994. Legatissimo al mio minuscolo paesino montano, Valloriate, tuttavia starei sempre in viaggio in giro per il mondo. Solo i libri di diritto mi legano alla scrivania.

Un pensiero riguardo “Il piccolo Alfie sarebbe morto anche in Italia

  • maggio 1, 2018 in 10:41 am
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    Sono d’accordo con questo articolo per quello che riguarda l’intromissione non motivata dell’Italia nella vicenda. L’unica cosa è che lascerei in tutti i paesi del mondo, il libero arbitrio ai genitori, sul quando staccare i macchinari.

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