Le vacche sacre dell’Ndrangheta

Tesori sepolti d’inestimabile valore, dimore lussuose disperse e abbandonate in aree rurali paradisiache e incontaminate, disponibilità immediata d’ingenti capitali economici derivanti da attività illecite, segreti registri contabili sprofondati nell’omertà, arsenali di armi, sostanze stupefacenti, bunker confortevoli e accoglienti, animali da allevamento. ‘Ndrangheta. Le cupole mafiose sul finire del ventesimo secolo abbandonarono i possedimenti terrieri ubicati presso Cittanova, ridente cittadina in provincia di Reggio Calabria, rifugiandosi altrove in seguito ai pressanti e serrati controlli perpetrati nel corso dell’incedere del tempo dalle Forze Armate. Volendo rimarcare indelebilmente l’assoluta proprietà esercitata dai clan, le entità costituenti un modello di criminalità organizzata di stampo mafioso decisero di lasciare, come austero segnale d’ammonimento e d’avvertenza, bestiame allo stato brado presso i luoghi nei quali erano state profuse attività illegali.
L’atto comunicativo dichiaratamente esaustivo ed esplico rifletteva l’intrinseca spavalderia di soggetti strettamente rilegati alla sfera relativa la malavita. «Vacche Sacre», questo l’epiteto con il quale gli abitanti marcarono un fenomeno sociale, rivelatosi successivamente un incubo. Il livello di tollerabilità incominciò ineguagliabilmente ad assottigliarsi. Le recinzioni che delimitavano le abitazioni vennero sradicate e i raccolti agricoli furono gravemente danneggiati. Stremato dall’assoggettamento all’omertà e dalle miserabili condizioni imposte, Fortunato La Rosa nel 2005 decise di sporgere denuncia, coinvolgendo personalità corrotte e spietate, fornendo agli inquirenti  il numero d’identificazione di una bestia di mastodontiche dimensioni avvistata nei giorni precedenti la rovina parziale del seminato. Da Locri a Cittanova, mentre l’autovettura del Dottor La Rosa sfrecciava sull’asfalto arroventato, vennero scagliati proiettili d’arma da fuoco che freddarono immediatamente l’incarnazione umana della Giustizia. Tradimento. La Polizia, accorsa sul luogo del delitto, arrestò in seguito allo svolgimento di un’inchiesta due membri appartenenti alla famiglia Raso-Albanese, Giuseppe Raso e Domenico Filippone. Giustizia è stata fatta? Il processo non è mai iniziato, il caso giudiziario è stato archiviato. Ufficialmente gli assassini e i mandanti sono a piede libero, pronti a intervenire nuovamente ogniqualvolta non venga rispettata la loro espressione di supremazia.
Altro nome, nuovo volto. Nino Cento, imprenditore agricolo di 55 anni che senza scrupolo decise di costituire una cooperativa. La sua testimonianza offre uno scorcio prospettico attraverso il quale possiamo immediatamente ricostruire e codificare la drammaticità di un tessuto sociale costantemente attanagliato dalla mafia locale: «Dopo aver ricevuto i finanziamenti ho deciso di aprire una cooperativa. Dopo sette mesi dagli inizi effettivi dei lavori, mi tagliarono brutalmente la rete, permettendo alle vacche sacre di accedere liberamente all’interno delle mie proprietà». Deciso e risoluto, si mise in contatto con un boss, registrando le conversazioni vocali scambiate con l’altro interlocutore: «Vuoi coltivare in pace senza il continuo impiccio di animali esterni? Devi pagare». Attualmente vive sotto regime di scorta, ricevendo un ulteriore affronto dai compaesani. Quest’ultimi, seppur coinvolti attivamente in vicende particolarmente somiglianti rispetto a quelle vissute da Nino, hanno preferito sprofondare nel baratro della complicità omertosa.
Michele Albanese, giornalista radicalmente interessato alla documentazione del movimento mafioso rurale, rilasciando un’intervista per un’emittente televisiva nazionale aggiunse: «Le Vacche Sacre sono uno strumento per ribadire il concetto di dominio terrestre». Ogni anno si verificano innumerevoli incidenti stradali. Ogni viandante che percorre l’entroterra non è immune a una mattanza che annualmente miete un cospicuo numero di vittime. «Comitato No Bull», questa è la denominazione di un collettivo cittadino riunitosi per protestare pacificamente, sensibilizzando e portando all’interesse della stampa nazionale una determinata problematicità che assilla un territorio incastonato tra le infinite meraviglie naturali. Per sconfiggere l’entità mafiosa è sicuramente necessario comprendere e ammettere l’esistenza di quest’ultima. Credere di poter debellare un sistema di questa portata in una manciata di istanti significherebbe forse illuderci, ma se ognuno cambiasse prospettiva assumendo l’esempio del Dottor La Rosa o di Nino Cento, probabilmente la nostra condizione esistenziale muterebbe, predisponendo solide basi per l’edificazione di un modello socio-culturale improntato sull’elegante finezza rappresentata dalla legalità incondizionata.

Francesco Pivetta

Nato il 20 Luglio 1999 a Casale Monferrato, attualmente è impegnato nella scrittura del suo primo romanzo. Collabora con diverse testate giornalistiche e portali online. Autore di Frade, una nuova produzione televisiva indipendente insieme ad Adele Costanzo. Ama qualsiasi espressione dell’arte: dalla fotografia, alla pittura, passando per la cinematografia e la musica.

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